lunedì 20 febbraio 2012

Renzi: «Alle riforme di Monti? Manca l'anima, tocca al Pd...» - Marco Bucciantini su L'Unità

In un’ora di conversazione, Matteo Renzi non usa mai la parola «rottamazione». Al limite, insistendo un po’, lascia lì una battuta quasi pacifica - «credo che dopo 25 anni in Parlamento ognuno dovrebbe sentire la necessità di lasciare posto ad altri: la politica non si fa solo a Montecitorio». Ma adesso «il discorso è un altro».
Quale?
«Dare un’anima alle riforme di Monti. È un cambio di passo che può fare solo la politica, un vuoto che può riempire la politica».
Una premessa: lei è silente, ultimamente. Il premier ha messo sul tavolo molti temi da lei indicati alla Leopolda («41 punti su cento del nostro programma», disse lei stesso). Non è che Monti ha tolto metri alla sua corsa?
«Chiariamo subito: sono entusiasta del clima attorno a questo governo. E orgoglioso da italiano della reputazione internazionale ritrovata. La convergenza di idee non è un problema mio, ma di chi definì quelle proposte della Leopolda come vecchie, anni 80, oppure “alla Blair” (uno che le elezioni le vinceva...). E magari adesso in parlamento vota tutte queste vecchie idee».
Il cambio di passo, allora.
«Va bene parlare di taxi, per carità, io imporrei lo scontrino fiscale ai tassisti. Ma quando affrontiamo le liberalizzazioni dobbiamo indicare le banche, le assicurazioni, le vere lobby. E comunque, nel calendario della politica, oggi il tema è un altro».
L’anima.
«Sono del Pd, per il mio partito vedo un’opportunità, uno spazio enorme, drammatico: la diseguaglianza sociale nel Paese».
Si è spostato a sinistra del Pd?
«No, sono sempre stato accanto ai cittadini. Ci parlo, tocco con mano quello che l’Ocse ha scritto in numeri: il divario fra ricchi e poveri è cresciuto negli ultimi vent’anni, in Italia più che altrove. Io vedo famiglie
confrontarsi con la difficoltà di arrivare a fine mese. Se nasce un figlio, i genitori hanno la preoccupazione di non farcela: non è giusto. Questo i tecnici possono non vederlo, ma i politici...».
Lo vedono?
«Poco. Noi sindaci siamo in prima linea, ma un tempo lo erano anche i parlamentari, che il venerdì dovevano tornare al collegio, fra la gente che li aveva eletti, e ascoltare i loro problemi. Oggi ci torna solo il 10% di loro».
Vuol parlare di legge elettorale?

«Ci torneremo, ma rimaniamo su questa partita, che è più importante. La possiamo giocare noi del Pd perché questo è il limite del governo attuale: ha fatto un esproprio tecnocratico, portando via i soldi dalla tesoreria unica (in pratica, i conti correnti dei Comuni) per aggraziare calcoli di bilancio, nonostante i Comuni siano riusciti a contenere le spese del 5% (le Regioni invece le hanno aumentate). Una manovra da mondo virtuale. Il limite dei tecnici può essere questo: non rendersi conto della vita reale delle persone che governano».
Un esempio di riforma con l'anima?
«A Firenze ho imposto una regola, ma non è mia, è di Adriano Olivetti: i dirigenti delle aziende pubbliche, anche il presidente, non possono guadagnare più di dieci volte lo stipendio dell’ultimo dipendente. Oggi ci sono manager pubblici che guadagnano 600 volte più di un dipendente... Questa è la nostra sfida: l’equità dentro le riforme, questo è lo spazio del Pd. Da sindaco, preferisco rinunciare al 15% di quota comunale in una azienda del trasporto pubblico e investire quei soldi negli asili nido, per permettere alle famiglie una vita più decorosa».
L’impressione è che Monti vi abbia svuotato. Il suo messaggio di “serietà” è arrivato al Paese, e i politici, vecchi marpioni o giovani rottamatori, tutti troppi attratti dall’eccesso di presenza sui media, sono stati scavalcati dalla “politica del fare”.
«Non è questa la differenza: chi fa politica deve avere un rapporto stretto con la comunicazione, che oggi è molto diversificata. Mi pare che anche Monti l’abbia capito: gli manca solo di partecipare alla prova del cuoco e poi è stato ovunque».
Dove vince il premier?
«Sta giocando la sua carta del buon padre di famiglia che ha a cuore i problemi e prova a risolverli. Funziona. E se agli italiani piace il rigore di Monti è un bel segnale, per tutti. Dopo vent’anni di favole si riscopre il linguaggio della verità. In fondo, è il primo ragionamento che fece Romano Prodi nel 1996: rigore, conti a posto, e poi riforme. Lo votarono, vinse, c’era consenso anche di fronte ad anni che si annunciavano faticosi per le famiglie. Poi fu impallinato dai giochini parlamentari, in particolare da Rifondazione. Ero all’Università e ricordo Vendola che esultava per la fine di quel governo: da lì, abbiamo avuto 15 anni disastrosi per il centrosinistra. E per il Paese».
L’Ici e la Chiesa.
«La fede non è un certificato di esenzione. È scandaloso pensarlo. L’Ici deve pagarla l’albergo gestito dalle suore e non deve pagarla la Caritas».
Sulla legge elettorale cosa pensa?
«Non sono un feticista della norma. La discussione è politica, non tecnica. Ci sono due modelli sullo sfondo: i cittadini che scelgono il premier, la coalizione, i parlamentari, la stabilità. O i partiti che decidono. Se la scelta è dei cittadini, come vorrei io, allora troviamo un sistema elettorale che lo permetta, e si può andare dall’uninominale secco fino a un proporzionale con un chiaro premio di maggioranza».
Cosa teme?
«Il meccanismo del casting: i partiti scelgono chi deve rappresentare i cittadini. Il Pd intanto faccia un passo chiaro. Fa le primarie per tutto e non le fa per i parlamentari?».
Forse perché stanno diventando un’angoscia: candidati che si cannibalizzano, primarie di partito che si sovrappongono a primarie di coalizione, con esiti perdenti.
«Bisogna abbandonare l’idea che sia il partito a scegliere. Il concetto di primarie è diverso: il partito permette di partecipare, i cittadini scelgono. Non guardiamo solo a Genova, pensiamo a Torino e Firenze, dove c’erano più candidati del Pd, e uno di Sel, eppure hanno vinto quelli del Pd. A Milano c’era un solo candidato del Pd, Boeri, ufficialissimo, e ha vinto quello di Sel: Pisapia. Perché nelle primarie contano due fattori: le persone che concorrono e la scelta dei cittadini. Siamo sempre lì, sullo sfondo si fronteggiano i soliti due modelli: chi sceglie fra l’assemblea di partito o i cittadini. Io so bene da che parte stare. Vedendo quello che accade a Palermo, mi domando se lo sanno i vertici del partito».
Lei sostiene Davide Faraone.
«Situazione paradossale. Rita Borsellino, a cui va tutta la mia stima, è un’eurodeputata di Sel, sostenuta dall’Idv che fa riferimento a Orlando ed è anche candidata “ufficiale” dal Pd, che le paga la campagna elettorale. È la foto di Vasto. Poi c’è Ferrandelli dell’Idv, sostenuto da un pezzo di Pd tessitore dell’alleanza in Regione con Lombardo, e c’è Faraone, l’unico iscritto al Pd, deputato regionale che ha cominciato a far politica coi movimenti antimafia. Si finanzierà con le cene elettorali. Lui mi ha detto: stai alla larga che forse perdo. Invece sono qui a Palermo per pagare la mia cena».

Nessun commento: