venerdì 17 febbraio 2012

Riforme, sfida per noi - Marina Sereni su Europa

Marina Sereni
Siamo oltre il confronto destra-sinistra? Oppure la crisi del liberismo della destra ci obbliga ad una piattaforma convincente dei progressisti? Questo è il primo punto che l’esperienza del governo Monti ci costringe ad affrontare con grande onestà intellettuale. Il governo è figlio della gravità eccezionale della crisi finanziaria. Il suo mandato è di portare il paese fuori dall’emergenza e il sostegno del Pd nasce in primo luogo da questa consapevole assunzione di responsabilità. Non è possibile dimenticare questo dato oggettivo e pesante, che resta attuale anche se oggi l’Italia non è più ragione di contagio per l’Europa. 
Al tempo stesso il governo è obbligato, ancorché in una condizione di straordinarietà o forse proprio in virtù di essa, a mettere mano a riforme strutturali che servono al paese non solo per ragioni di bilancio. L’obiettivo di aggredire e rimuovere le innumerevoli strozzature che da anni rendono più fragile e lenta la crescita italiana è prioritario anche se, nell’immediato, non produce risparmi visibili o nuovi posti di lavoro. 
Dunque il governo Monti deve avere il nostro sostegno e il nostro stimolo non solo per quelle misure, amare ma indispensabili, che mettono i conti pubblici in ordine ma anche per quelle riforme “modernizzatrici” che noi stessi abbiamo realizzato o tentato di realizzare quando abbiamo avuto responsabilità di governo, dovendo scontrarci con resistenze e conservatorismi. Liberalizzazioni, semplificazioni, riduzione del debito, riforma del welfare: su ognuno di questi capitoli la sfida è avanzare proposte, battersi contro la diseguaglianza e l’esclusione sociale, lavorare per rendere l’Italia più aperta, più dinamica, e per questo più giusta. Questa è la frontiera sulla quale si costruisce il Pd e si irrobustisce il profilo riformista del nostro
partito.
Ha ragione Bersani quando, rispondendo alla domanda posta da Scalfari sul dna del Pd, dice: «Il nostro profilo sarà semplicemente il prodotto di ciò che diremo e che faremo per l’Italia e per l’Europa, sostenendo i valori e gli interessi che vogliamo rappresentare». L’Italia è un paese attraversato da profonde diseguaglianze di reddito e di opportunità. Se vogliamo un paese più giusto accanto alla parola lavoro dobbiamo mettere la parola crescita e il nostro orizzonte deve andare oltre il mondo del lavoro dipendente. Qualità dello sviluppo, dignità del lavoro, sobrietà nei consumi e negli stili di vita, sostenibilità ambientale, investimento in beni immateriali e servizi alla comunità, cessione di sovranità ad un’Europa politicamente forte e democraticamente legittimata: lungo questi assi può a mio parere ridefinirsi, dentro la ristrettezza delle risorse finanziarie pubbliche che conosciamo, una moderna identità progressista, capace di presentarsi come alternativa alla destra conservatrice. 
Il governo Monti, la novità politica che esso indubbiamente rappresenta, ci spinge a misurarci subito, qui ed ora, con i contenuti dell’azione riformista, a costruire nel vivo dell’emergenza una nostra proposta su molti nodi cruciali. La crisi globale finanziaria, economica e sociale non cancella dunque, anzi semmai esalta, le ragioni di una competizione tra progressisti e conservatori sul futuro dell’Italia e dell’Europa, sui valori e sulle regole attorno a cui si riorganizzeranno le economie dei paesi industrializzati dopo la crisi. È vero che la crisi ha origine dal fallimento del liberismo selvaggio, di quella ideologia della destra che ha premiato la finanza e il mercato senza regole a svantaggio dell’economia reale e del lavoro. Ma non bisogna dimenticare che quell’ideologia prevalse in Europa dentro la crisi di sostenibilità e di legittimazione dei modelli di welfare socialdemocratici. 
Ecco perché oggi non ha senso semplicemente il richiamo alla famiglia socialista europea, dentro cui peraltro sono presenti idee e proposte diverse. Infine una considerazione sulla dimensione europea della battaglia progressista. La politica non può rimanere rinchiusa nei ristretti confini nazionali mentre tutto, a partire dai mercati e dalla finanza, si muove su scala sovranazionale. Ciò vale a maggior ragione per l’Europa, in cui la logica comunitaria deve tornare a pesare più di quella intergovernativa. È auspicabile ovviamente che Hollande sostituisca Sarkozy e Gabriel la Merkel ma ciò non dà di per sé la risposta alla fragilità dell’architettura istituzionale e politica dell’Europa. Noi vogliamo un’Europa che faccia a meno dei “direttòri”. 
E dobbiamo ammettere che nella famiglia socialista europea convivono concezioni più convintamente europeiste con concezioni più fredde o addirittura scettiche. Motivo per il quale alla piattaforma comune del campo progressista dovremo cercare di aggiungere l’alleanza con forze che, pur conservatrici, sono pronte a battersi per un’Europa più forte e autorevole. Ecco questi mi sembrano i terreni sui quali confrontarsi, nell’era del governo Monti. Senza nostalgie e senza pregiudizi. Da democratici.

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