giovedì 16 febbraio 2012

Sergio Chiamparino :«Un Paese deve investire su se stesso» - Marco Bucciantini su L'Unità

I soldi non sono tutto. Non è una frase facile da dire di questi tempi. Però Sergio Chiamparino, che era il sindaco di Torino quando la città fu sede dei Giochi olimpici invernali del 2006, la dice. 
«Le Olimpiadi costano, ma un Paese deve avere il coraggio di investire su se stesso, sulle proprie capacità, su un futuro migliore. Ne ricaverà un guadagno di fiducia che è impagabile». 
Monti voleva pagare tutto, e subito.  
«Lui i conti li fa meglio di me, non lo discuto. Ma credo che ci fossero altre valutazioni da fare». 
Non sono giorni di suggestioni, ma di lacrime e sangue. 
«Un sistema-Paese può provarci, specie adesso che sta ritrovando la fiducia delle istituzioni internazionali. Potevamo concorrere, e se ci avessero dato queste Olimpiadi il riconoscimento sarebbe stato così evidente, clamoroso che si sarebbe trasmesso anche ai cittadini». 
Cosa successe a Torino?  
«Per una città - qualsiasi, normale o grandissima - le Olimpiadi sono un investimento significativo. E così anche per lo Stato che le ospita e per i privati che vi partecipano, come sponsor. A noi costarono 3 miliardi di euro. Un terzo lo coprì lo Stato, creando un’agenzia apposita. Un miliardo e mezzo arrivò dai privati e il resto dal Comune, che si accollò anche la spalmatura dei costi organizzativi del Toroc (fondazione costituita dalla città di Torino e dal Coni): si appoggiò agli enti locali per chiudere in pareggio». 
Debiti, dunque. 
«Decidemmo per la prima volta nella storia dei Giochi di consegnare gran parte delle medaglie agli atleti vincitori in una piazza, nel centro città, invece che consumare la cerimonia sui campi di gara. La costruimmo,
non fu gratis. E ogni sera un concerto accompagnava lo spettacolo».
Altre spese? 
«Cercammo di far coincidere l’avvio dell’Olimpiade con una nuova qualità urbana: parcheggi sotterranei, aree pedonali. Tutto questo fece il costo finale di 3 miliardi di euro».  
Cosa trasforma un costo in un investimento? 
«Un dato: da allora, dal 2006, c’è stato un aumento del 25% dei flussi turistici. E si è stabilizzato, con punte intorno al 30%. Nelle ultime vacanze natalizie Torino è stata la seconda città italiana dopo Roma, stando alle prenotazioni. Quella nuova qualità urbana di cui parlavo è stata apprezzata, la città ha saputo dare valore all’immensa pubblicità che restituisce un’Olimpiade». 
A Roma non mancano certo i turisti. E i numeri cambiano: i Giochi estivi coinvolgono 12mila atleti di duecento Nazioni. Quelli invernali riguardano 2mila atleti di ottanta Stati, o poco più. 
«Certo, Roma non ha bisogno di pubblicità. È già conosciuta in tutto il mondo. E i problemi da affrontare sarebbero stati enormi, come è enorme la dimensione di questa città. E i costi - ripeto - ci sarebbero stati, guai a fingere il contrario. Negare è un atteggiamento perdente. Anche se le Olimpiadi permettono molte nuove entrate, non avrebbero ripagato tutti i costi. Ma il “centro” della scelta era un altro». 
L’ambizione di saperle fare. 
«E la fiducia: a Torino fu quello il lascito più importante. Una città che temeva di non essere più in grado di sentirsi importante ha ritrovato in quei giorni l’orgoglio di farcela. Questo non ha prezzo, ripaga, negli anni e con gli interessi, tutti i debiti». 
Un po’ di argomenti dei contrari ai Giochi: che fare dei costosi impianti sportivi che vengono costruiti. Per i mondiali di nuoto del 2009, Calatrava vinse il progetto per il nuovo stadio del nuoto. È meraviglioso, ma i mondiali sono finiti da tre anni e lo stadio non è ancora pronto...  
«Rispondo per esperienza: tutte le strutture sono state riutilizzate, a parte le piste da bob e il trampolino, opere per un uso troppo specifico. In città tutto è stato poi destinato all’edilizia sociale e universitaria». 
Si tende a cercare paragoni e ognuno sfodera il suo, pescando nella soria: Barcellona grazie ai Giochi è rinata, Atene è sprofondata.  
«Appunto: non c’è una regola, un risultato scritto in anticipo. E si possono fare molte Olimpiadi. Potevamo raccogliere una sfida diversa, per certi versi più affascinante: organizzare dei Giochi più sobri». 
Quanto può aver inciso il retaggio del passato? Il disastroso esempio di Italia ’90, per cui ancora oggi paghiamo un rateo annuale di debito intorno ai 50 milioni? E i mondiali di nuoto del 2009, nei quali s’intrufolò la “cricca” e in troppi guadagnarono, a spese dello Stato? 
«Non c’è un destino cinico e baro per cui in Italia le cose si devono per forza essere fatte male. Sempre. In eterno. Anzi, anche per questo Roma 2020 poteva essere una buona occasione per mostrarsi diversi, migliori, magari nelle mani di una classe dirigente capace e onesta».

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