lunedì 20 febbraio 2012

"Soldi con il contagocce e troppo cari" - Valentina Conte su Repubblica

La linfa ha smesso di circolare. Quasi come nel 2008. Allora fu la finanza scriteriata "made in Usa" a contagiare il mondo con la peste dei subprime e dei titoli salsiccia. Ora la crisi europea dei debiti sovrani e il default (minacciato) di paesi e moneta unica. Il risultato è simile. Credit crunch, rubinetti chiusi, meno soldi per tutti. Le banche sono sotto pressione. Si fidano poco le une delle altre, costrette a pensare ai propri bilanci, prima e più che ad irrorare l'economia. Le imprese, non ancora fallite, faticano ad ottenere fidi per investire. Le coppie, anche quelle con le garanzie giuste (il posto fisso, ad esempio), rinunciano all'avventura del mutuo, nonostante i tassi ufficiali molto bassi. Allo sportello, si sa, è tutta un'altra storia. Niente mattone, si erodono addirittura i risparmi, un record per un Paese "formica"(crollo dell'80% dei nuovi depositi nel 2011, da 130 a 24 miliardi). Così, l'economia in apnea si avvita. Meno soldi erogati, meno richiesti. Giù: consumi, investimenti, redditi. Su: recessione.
Aziende a secco. Il grido è sempre più alto. Le imprese italiane, già vessate da 70-80 miliardi di crediti verso la Pubblica amministrazione non ancora rientrati, denunciano la stretta: criteri sempre più stringenti dalle banche per prestiti e nuove linee di credito negli ultimi tre mesi del 2011, come nell'ultimo trimestre del 2008, all'indomani del crac Lehman. Bce e Bankitalia confermano. Avvertendo, come fa l'istituto europeo nell'ultima indagine presso le banche centrali dell'Eurozona (il Bank Lending Survey), che le condizioni per le grandi aziende sono peggiori di quelle applicate alle piccole. L'ultimo bollettino di via Nazionale segnalava già in dicembre la frenata nello stock di prestiti alle imprese non finanziarie: 894 miliardi di euro dai 915 del mese precedente.
Due giorni fa la stessa Abi (l'associazione delle banche italiane) ha definito il quadro di gennaio dei prestiti a famiglie e imprese, cresciuti dell'1,6% sull'anno, a fronte del tendenziale di dicembre pari al 3,6%. Una scivolata non da poco. Se si considerano anche i prestiti ad assicurazioni, fondi pensione, finanziarie
l'aumento è un pallido 0,6%. Nel quinquennio 2003-2008 si viaggiava a un ritmo dell'8,6% l'anno. Vero è che anche le richieste di prestiti per investimenti delle imprese sono crollate del 50% nell'ultimo trimestre del 2011. Resistono solo quelle per ristrutturazioni e consolidamento del debito. Un segnale allarmante.
La difesa delle banche. "Banche e imprese sono sulla stessa barca", spiega il presidente dell'Abi Mussari. La barca della recessione, della crisi europea, della Grecia sull'orlo del crac. Ma anche dell'Eba (l'autorità europea delle banche) che, dopo l'ennesima (e inefficace) tornata di stress test, pretende patrimoni più robusti e dunque nuove ricapitalizzazioni in capo alle banche, anche italiane. La posizione dell'Abi è chiara: non si tratta di credit crunch, ma di una domanda minore. Si chiedono (e dunque si ottengono) meno soldi. Le sofferenze, poi, esplodono (sopra i 100 miliardi) e la prudenza nell'erogare fidi, prestiti, mutui, crediti è d'obbligo.
Quando poi i cordoni si allargano, il denaro costa di più, perché la sua raccolta è meno facile e dunque cara. I tassi applicati alle Pmi sui nuovi prestiti fino a un milione di euro salgono dal 4,62% di novembre al 4,98% di dicembre, sopra la media Ue (dal 4,34 al 4,29%). A cosa è servito - si chiedono però imprese e famiglie - il generoso maxi-prestito all'1% da 500 miliardi della Bce alle banche europee? Dove sono finiti quei soldi? Come sono stati utilizzati? Perché non arrivano all'economia reale? E cosa ne sarà dell'altra iniezione che a breve la Bce somministrerà ancora all'Europa malata? L'Abi non esclude, intanto, una nuova moratoria sui debiti delle imprese. "Quella del 2008 ci è costata 15 miliardi", ricorda.

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