venerdì 10 febbraio 2012

«Sull'articolo 18 un'intesa è possibile» - Stefano Fassina e Emilo Gabaglio su L'Unità

Da quando si è aperto il confronto sulle riforme del mercato del lavoro la questione dell’art. 18, anche a seguito di alcune improvvide dichiarazioni governative, ha assunto, inopinatamente, una centralità che non merita fino a far dipendere dal suo destino, il giudizio sull’efficacia o meno di queste riforme. Nulla di più erroneo se si considera che, contrariamente alla vulgata imperante, anche la sua eventuale abolizione non contribuirebbe affatto a ridurre la precarietà, dato che questa è largamente diffusa nelle imprese in cui l’art. 18 non si applica, o a indurre le aziende ad accrescere l’occupazione visto che anche recenti indagini nel mondo imprenditoriale segnalano come assumere o meno dipenda da ben altre ragioni, essenzialmente legate all’andamento del mercato. Quanto poi alla relativa minore capacità dell’Italia di attrarre investimenti esteri è difficile pensare che essa dipenda da un eccesso di protezione del lavoro e non piuttosto da un’inadeguata modernizzazione del sistema-Paese nel suo complesso.
Non è un caso che anche il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria, in occasione del suo recente soggiorno romano si sia sentito in dovere si segnalare che l’art. 18 «non è il punto fondamentale della riforma del lavoro» attualmente allo studio. Un’opinione tanto più degna di nota in quanto proveniente da un’organizzazione che è da sempre antesignana della flessibilità del lavoro. Occorre quindi evitare che, nel momento in cui la trattativa tra governo e parti sociali entra nella sua fase più stringente, sia l’art. 18 a farla deragliare, pregiudicando la possibilità di un accordo che è invece essenziale in questa fase e che appare a portata di mano, grazie anche ad una ritrovata convergenza unitaria del movimento sindacale che rappresenta essa stessa un valore aggiunto per il Paese.
A quanto è dato capire i termini per raggiungere questo accordo esistono e sono tali da dare risposte alle vere questioni dell’emergenza occupazionale che stiamo vivendo: facilitando l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro attraverso un apprendistato rafforzato; incentivando l’inserimento e il reinserimento al
lavoro delle donne, degli over 50 e di altre figure deboli; riducendo drasticamente le tipologie contrattuali atipiche e rendendo il lavoro flessibile più oneroso di quello a tempo indeterminato; garantendo che le misure di sostegno al reddito, da mantenere ed estendere, siano effettivamente accompagnate da politiche attive, di formazione, riconversione professionale e outplacement.
Solo in questo quadro volto a rendere più inclusivo e fluido il mercato del lavoro ha senso affrontare anche alcuni aspetti dell’operatività dell’art. 18 senza rimetterne in discussione il valore come presidio per i diritti dei lavoratori nei luoghi di lavoro e la funzione deterrente rispetto a discriminazioni ed abusi. Innanzitutto riducendo la durata dei processi che oggi si protraggano per troppo tempo alimentando l’incertezza per le parti e anche accrescendo gli oneri per le imprese. In secondo luogo valutando se e come i licenziamenti individuali di carattere economico non possano seguire un percorso simile a quello per i licenziamenti collettivi della stessa natura, con l’intervento del sindacato e l’applicazione di analoghe provvidenze sociali, ferma restando la possibilità, qualora emergesse nella procedura il carattere pretestuoso del comportamento dell’impresa, di intraprendere da parte del lavoratore le vie legali per ottenere giustizia secondo la normativa vigente.
È un’ipotesi che merita di essere pragmaticamente esplorata in quanto essa, nel caso di specie, non priva il lavoratore di protezione ma l’affida all’azione sindacale. Auspicando che la trattativa in corso approdi al risultato sperato non sarà tuttavia superfluo ricordare che anche il miglior accordo sulle riforme del mercato del lavoro non è in grado di per sé di assicurare la creazione di nuove opportunità di occupazione, in primo luogo dei giovani e della donne, in assenza di una politica economica e industriale che promuova lo sviluppo. Su questo non meno che sul mercato del lavoro governo e le forze a suo sostegno in Parlamento sono attese alla prova.

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