giovedì 2 febbraio 2012

Twitter batte tutti, giornalisti svegliatevi - Mario Adinolfi su Europa

La triste notizia della morte di Oscar Luigi Scalfaro ha avuto come corollario un dibattito sul giornalismo ai tempi di Twitter. I fatti. Il presidente emerito della repubblica muore nelle prime ore di domenica, alle 8.07 il suo amico e collaboratore Alberto Gambino su Twitter ne dà la notizia, immediatamente retwittata da alcune firme molto note del social network da centoquaranta caratteri. Io stesso, ospite del dibattito televisivo mattutino di Omnibus su la7, dopo qualche minuto informo i telespettatori della notizia raccolta su Twitter. Conosco personalmente Gambino e la notizia della morte di Scalfaro mi emoziona, ritengo giusto rendere omaggio al presidente mentre nel dibattito in studio domina una confusa Alessandra Mussolini che straparla di cose che non capisce. Dopo qualche minuto noto una grande agitazione: la notizia della morte di Scalfaro non ha una conferma ufficiale. 
Mi chiedono la fonte durante una pausa pubblicitaria. Spiego di Twitter, di Gambino, dei retweet. Ma noto scetticismo: non lo dice l’Ansa, non lo dicono le agenzie, non lo dice neanche Repubblica e neppure il Corriere, nella sempre aggiornatissima versione on line. Si superano le nove e mezza del mattino in questa condizione: nello studio televisivo si teme che io abbia fatto una “fuga in avanti”, dato credito a una bufala. Quasi me ne convincono, tanto che spiego in un tweet che il profilo di Gambino potrebbe anche essere un fake. In teoria è possibile e certo novanta minuti senza una conferma ufficiale del giornalismo “che conta” sono quasi una prova. 
Tutto si stempera quando Ferruccio De Bortoli, sempre su Twitter, omaggia Scalfaro e infine Vasco Pirri Ardizzone, giornalista di agenzia stampa, conferma la notizia. Alle 9.45 diventa ufficiale sull’Ansa e su SkyTg24 e sui siti di Repubblica e Corriere. Perché, però, l’ufficialità non poteva essere riconosciuta alle parole di Gambino? Oltre novanta minuti per verificare una notizia non sono troppi? Non sarà che il giornalismo “garantito”, quello da posti di lavoro con Inpgi e Casagit e Cnlg e articolo uno e tutti i privilegi al
loro posto, si è un po’ seduto ed è diventato lento, persino pigro? Di questo bisogna discutere. Non tanto di Twitter contro il giornalismo classico, dibattito sterile.
Il giornalismo è giornalismo sempre: su Twitter, sulla carta stampata, sulle agenzie, in uno studio televisivo. Si informano le persone, tempestivamente. Si vive di credibilità e anche di rapidità: non facciamo gli ipocriti, dare una notizia importante con quasi due ore di ritardo rispetto a un social network, dà ai social network un punto preso in trasferta. Ne approfittino, i giornalisti, per dare una spazzolata alla polvere che si è adagiata sulle loro scrivanie di garantiti. E utilizzino i mezzi, tutti i mezzi, social network inclusi: senza inutile spocchia e senza altrettanto inutili paure. Si diano le notizie, quando se ne trovano. Bisogna essere però anche capaci a cercarle, senza rincorrere solo pappe pronte e preconfezionate. Peraltro, in questo c’è tutto il gusto che resta al nostro precario mestiere.

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