venerdì 3 febbraio 2012

Ue, il vertice fruttuoso - Debora Serracchiani su Europa

Martin Schulz, presidente del parlamento europeo anche con il mio voto, non è uomo che ama le perifrasi. Pochi giorni fa ha invitato il premier ungherese Orban a non prendere «per idioti» i leader europei e domenica scorsa, soppesando l’ipotesi di commissariamento della Grecia avanzata dalla cancelliera Merkel, ha detto che esistono contributi «più intelligenti». Mi sembra si ponga sulla stessa lunghezza d’onda il verdetto pronunciato sull’intesa tra i 25 firmatari del fiscal compact: «Assolutamente inutile». Non si può non notare quanto quest’ultimo giudizio sia stridente con la robusta soddisfazione di Mario Monti: «Un vertice fruttuoso, che ha concluso una pagina importante della storia europea». Per certi aspetti hanno ragione entrambi: diversi infatti sono i piani su cui si articolano questi giudizi. È innegabile che nell’attraversamento di questa crisi la Ue corre il rischio di assumere l’aspetto e la sostanza di un organismo a direzione verticistica, che prende le sue decisioni in modo pericolosamente slegato dalla rappresentanza popolare costituita dal Parlamento europeo. 
Ma è altrettanto sicuro il fatto che da questo vertice l’Italia esce con una autorevolezza che le mancava da molto tempo e un ruolo rafforzato nell’interlocuzione con i paesi leader dell’Unione. Ci siamo allontanati così tanto e così velocemente dal gelo imbarazzato che circondava le escursioni europee del governo Bossi-Berlusconi, che ora sembra quasi fuori luogo fare paragoni e maleducato tirare un sospiro di sollievo. Però, almeno a chi nell’estate del 2011 candidava Monti premier, sarà concesso tirare il saldo di tre anni di governo sprecati, e ricordarsene ogni volta che qualche ex rivendica il “lavoro” fatto, o quando partono le surreali bordate della Lega. È perciò legittima la soddisfazione di Monti per l’accoglimento nel fiscal compact delle proposte italiane sul calo del debito e sull’automaticità delle sanzioni, per il sostegno alle
piccole e medie imprese, soprattutto nel rapporto con il credito, e per il reindirizzamento dei fondi per le aree sottosviluppate verso l’incentivazione dell’occupazione giovanile. Detto ciò, e riconosciuta la tangibilità dei risultati, non ci siamo ancora.
E non solo perché, come ha osservato qualcuno, può essere socialmente pericoloso imporre agli stati membri delle politiche di bilancio restrittive. Non ci siamo ancora come Europa, perché non riusciamo a superare l’equivoco di una divaricazione insanabile tra moneta, fisco e mercato, denunciato da molti osservatori. E soprattutto perché latitano da troppo tempo nelle leadership europee una visione, una capacità progettuale e un’azione politica conseguente, capaci di spingersi al di là delle successive elezioni nazionali. Sia chiaro, il volontarismo non serve a nulla. Quello che occorre è posare con metodo e intelligenza le pietre necessarie a lastricare la strada che porta nella giusta direzione: verso un’Unione federale. Un esempio? Spingere per una vera apertura del mercato interno europeo accompagnata da un’armonizzazione fiscale. 
È inutile recriminare sui supposti egoismi della Germania, perché la politica degli stati non è quasi mai fatta di slanci sentimentali, e quasi sempre di numeri, di bilancio ed elettorali. Bisogna però lavorare perché diventi chiaro a tutti i livelli che il percorso intrapreso col fiscal compact potrà dare altro respiro all’euro e all’Unione, ma non dà una prospettiva strategica, che invece richiede un salto qualitativo e non soltanto quantitativo. Quel che fece nei neonati Stati Uniti Alexander Hamilton, nel 1789. La gravità della crisi e della situazione complessiva che ci ha portato sull’orlo del baratro, vale certo per l’Italia, ma sta toccando con diversa pesantezza un numero crescente di partner europei. Oltre alla Grecia in drammatico ritardo nel risanamento, al Portogallo sulla rampa di lancio per il default, anche la Spagna deve chiedere di concordare con la Commissione gli obiettivi sul deficit, mentre alla Francia tocca annunciare il taglio delle previsioni di crescita. 
Ce n’è abbastanza per sperare che nasca una nuova consapevolezza circa la necessità di prendere delle decisioni veramente coraggiose? In una sua intervista, Monti ha detto senza mezzi termini che «i passi avanti dell’Europa sono per definizione cessione di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario». Se ne è convinto, come credo, mi auguro che vorrà utilizzare la nuova credibilità del nostro paese non solo per ritagliargli più favorevoli posizioni di trattativa al tavolo dell’Eurogruppo, ma anche mettere l’Italia alla guida di chi è disposto a trasformare questa crisi continentale in una grande occasione per la causa del federalismo europeo.

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