sabato 18 febbraio 2012

Via la foglia di fico - Stefano Sedazzari su Europa

È evidente, al di là degli ovvi tentativi di spegnere il fuoco, che la vicenda genovese brucia. E brucia non perché mette in discussione la possibile vittoria del centrosinistra a Genova alle elezioni amministrative, ma perché mette in discussione la capacità del Pd di percepire quello che avviene dentro e fuori di sé. Dentro, perché la doppia candidatura Vincenzi-Pinotti è figlia di una divisione interna e non il frutto rigoglioso di una ricchezza politica e denota l’incapacità di un gruppo dirigente (solo locale? anche nazionale?) di affrontare un problema politico, a partire dal giudizio dello stesso Pd sul sindaco uscente. 
Fuori, perché appunto il Pd non ha percepito cosa si muoveva nel nostro elettorato, quali erano i giudizi che i cittadini davano del sindaco uscente e delle dinamiche interne al Pd. E certo probabilmente pesano anche altri fattori che molti commentatori hanno già sottolineato, dall’antipolitica contro la casta all’appoggio al governo Monti da parte del Pd solo per citarne un paio, ma resta il fatto che davanti il Pd aveva questioni politiche, non di altra natura. E pensare di risolvere problemi politici solo con le primarie mi sembra un errore che non ci possiamo permettere. Non ho nulla contro le primarie. Anzi, considero le primarie uno strumento importante, anche se non esclusivo, di democrazia dal basso. 
Ma sono contrario al fatto che un partito si trasformi in una palestra il cui unico fine sia scegliere candidati attraverso le primarie. Addirittura, magari, attraverso un doppio turno come qualcuno ha suggerito. Le primarie all’infinito su tutto e per tutti finiscono per svilire la funzione democratica di un partito. Se una grande organizzazione democratica non riesce a selezionare la propria classe dirigente se non attraverso la
competizione delle primarie, fallisce la sua missione.
Questo è quello che mi hanno insegnato. A meno che pensiamo che il Pd e il suo cristallizzarsi in componenti sia una realtà immodificabile e le primarie, quindi, diventino la foto di questa realtà. Non mi si venga a dire che le primarie a Genova erano il frutto di una sana competizione e non il frutto avvelenato di una ennesima divisione interna e la manifesta incapacità di governo politico. Non credo nella funzione salvifica delle primarie, soprattutto dentro un partito. 
E non saranno le primarie (se così vogliamo chiamarle per amor di patria) a risolvere il problema politico del Pd del Lazio, dove abbiamo assistito ad un teatrino poco edificante (al netto dell’evidente e scontato risultato del candidato), che di fatto riproduce divisioni, correnti che si diramano fin dentro i circoli. O pensiamo, per saltare di palo in frasca, che le primarie risolvano le questioni politiche che attraversano il Pd (e il centrosinistra) in Sicilia? In molte realtà le primarie stanno diventando solo uno strumento di conta interna, o l’ammissione silenziosa dell’incapacità di affrontare e risolvere questioni politiche. E spesso la miopia dei tanti gruppi e famiglie che compongono il Pd ha fatto in modo che si perdesse di vista l’obbiettivo vero delle primarie, in nome di posizionamenti e rendite di posizione interne. E tutto questo, non dimentichiamolo mai, viene percepito dai nostri elettori. 
A partire dal senso di divisione che proviene dall’avere più candidati dello stesso partito all’interno di primarie di coalizione. I problemi politici si affrontano, si discutono. Stiamo diventando un partito che ha paura di votare a maggioranza su questioni di merito (cosa che io riterrei sanissima) ma si batte ventre a terra per la competizione tra candidati. Lasciando sul terreno, rancori e dichiarazioni quanto meno improvvide (sia quelle delle candidate, sia quelle di chi usa Genova per dimostrare che la propria linea politica è quella giusta) come appunto la vicenda ligure insegna. Le primarie sono utili e importanti ma non possono essere la foglia dietro la quale nascondere altro. 
E dove “altro” c’è le primarie non ci salvano. Come non ci salveranno dal ragionare di questioni importanti come quella dell’ancoraggio europeo del Pd. Troppo spesso dimentichiamo questa dimensione, quella europea intendo, anche noi figli di quella deriva “autarchica” che ha contagiato tutta la politica continentale, ma non possiamo permetterci che una questione così importante venga trattata da autorevoli commentatori, chissà se più o meno sensibilizzati ad hoc, a livello di “gag” cabarettistica o venga risolta da un articolo di Bersani su un quotidiano. 
O ci si mette tutti in discussione e si affrontano e governano scelte difficili ma necessarie, o saremo sempre un partito grande e non un grande partito. Grande, perché il recinto delle famiglie, delle correnti, dei gruppi, delle leadership (occhio che tante leadership non sempre fanno un gruppo dirigente...), sarà diventando talmente ampio che la somma porterà ad una consistenza rilevante. Ma non un grande partito, perché un grande partito è capacità di sintesi, di elaborazione, di costruzione di una cultura politica propria, di una selezione di classe dirigente fatta sul campo e non solo attraverso le primarie. Troppo spesso sento parlamentari o dirigenti che minacciano abbandoni o dimissioni se perdono una battaglia politica, se la loro proposta non viene accettata, se un emendamento non è condiviso dalla maggioranza o se non si è stati invitati a una riunione (accade anche questo...). 
Un grande partito è una comunità, non solo la somma di gruppi o di individualità. Il Pd è ancora troppo l’accatastarsi di tante culture politiche vicine che non hanno fatto sintesi, e che non vogliono scegliere di essere oltre, che non sono solidali e non hanno umiltà, che fanno somma ma non fanno unità. E non è responsabilità dei segretari che si sono succeduti. Forse la loro responsabilità è quella di aver troppo accettato queste dinamiche. La responsabilità è di tutti coloro che nutrono queste dinamiche con la prassi e i comportamenti. E questi sono problemi che non si risolveranno mai con le “primarie”. Mai. 

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