sabato 10 marzo 2012

Allarme fiumi: troppi prelievi idrici, molti a rischio prosciugamento - Elisabetta Curzel su Corriere della Sera

Acqua dolce sempre più a rischio. Secondo uno studio pubblicato su PlosOne, i fiumi sperimentano ricorrenti crisi di siccità dovute all'eccessivo sfruttamento umano. Agricoltura, industria e richiesta per uso domestico hanno un'impronta idrica che comporta gravi conseguenze ecologiche e socioeconomiche. Soffrono così i corsi d'acqua, e con essi i 2,67 miliardi di persone che vivono nelle zone a essi limitrofe. La ricerca, effettuata da Wwf, Nature Conservancy, Water Footprint Network e dall'università olandese di Twente, ha preso in considerazione 405 bacini fluviali sparsi sul pianeta.
SICCITÀ - Mese per mese, dal 1996 al 2005, gli scienziati ne hanno monitorato il flusso idrico, ossia il variare della quantità di acqua a disposizione. Il risultato: 201 di essi, per un mese all'anno, rimangono a secco. In alcune aree – come quelle del Rio Grande, dell'Indo e nei bacini idrografici del Murray-Darling (Australia) – lo sfruttamento intensivo ha già portato al prosciugamento completo durante la stagione secca, alla decimazione della biodiversità acquatica e a un serio danno economico. In Italia, dove le condizioni sono meno gravi, il problema è comunque sentito.
IMPOVERIMENTO - «Il nostro principale utilizzo di acqua di falda», spiega Osvaldo Negra, presidente del Wwf Trentino Alto Adige, «è per scopi irrigui. Nell'agricoltura tradizionale c'erano mesi di riposo vegetativo nei quali non era necessario irrigare. Oggi in molte parti d'Italia è aumentata la coltura in condizioni controllate, ovvero in serra: anche in inverno o all'inizio della primavera viene così richiesta più acqua». Tornare indietro è praticamente impossibile. Si può però provare a «evitare di portare avanti ulteriori captazioni a uso agricolo, e non sovraccaricare ulteriormente un sistema fluviale già impoverito».
PRELIEVO - Lo sfruttamento dei fiumi non riguarda solo il prelievo d'acqua ma anche la gestione del loro
alveo. Come nel caso del fiume Adige, che «nel tratto a sud di Merano e fino a Verona», continua Negra, «è stato pesantemente penalizzato anche tramite un sistema di argini molto impattante sull'ecologia fluviale, che ha determinato la scomparsa di oltre il 90% dei boschi ripari e della cosiddetta fascia golenale, cioè di quei territori limitrofi al fiume che in condizioni di naturalità fungono da aree di assorbimento delle piene». Insostenibili per l'uomo, le piene sono state sostituite da argini sempre più alti, mentre le aree alluvionali sono state sacrificate alla coltivazione.
ASPETTO ORIGINARIO - Oggi pochi fiumi conservano l'aspetto originario: tra di essi il Piave, il Tagliamento e l'Isonzo che presentano ancora «le giare, o glare: aree di centinaia di metri di ampiezza, tra una riva e l'altra, non occupate dall'acqua salvo durante le piene. Spazi inutilizzati, dal punto di vista agricolo. Ma in realtà spazi di sicurezza, che permettono alla piena di trovare zone di espansione», e a un ricco habitat di sopravvivere. Come frenare il progressivo impoverimento dei fiumi? «Tramite il rispetto. Bisogna fare in modo che la fascia minima di 5-10 metri rimasta lungo i fiumi non sia soggetta a ulteriori trasformazioni. E non bisogna commettere l'errore di considerarla un terreno incolto da destinare a un'attività qualsiasi».
L'ESEMPIO - Un caso emblematico di possibili gestioni di un corso d'acqua è rappresentato dal Talvera, il torrente che attraversa Bolzano. Dotato sino agli anni Settanta di un enorme greto che bene assorbiva le piene autunnali, ma che veniva percepito come territorio inutile, vide lo stesso ridotto a un terzo dell'originale e trasformato in giardini pubblici, poi piantumati con specie riparie come pioppi e salici. Appare attualmente, a chi non ne conosce la storia, dotato di «relativa naturalità». Lo stesso torrente vide, più a valle, l'intervento di una mano meno attenta: per frenare l'accumulo di ciottoli si decise di ricorrere alla cementificazione dell'alveo.

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