sabato 10 marzo 2012

Beni confiscati: una buona notizia, e tanto lavoro da fare. - Pina Picierno su L'Unità

Pina Picierno
Arriva una buona notizia dall’emiciclo di Montecitorio: tra le misure “semplificate” volte ad agevolare l’iniziativa economica ed imprenditoriale dei giovani, è stato accolto anche il mio emendamento che prevede la possibilità che ragazzi under 35 possano organizzarsi in cooperative per gestire a titolo non oneroso beni confiscati a vocazione turistica.
Lotta alle mafie significa, innanzitutto – e ce lo insegnò Giovanni Falcone – impegno sul piano culturale e sociale. Ma significa anche, oggi più che mai, lotta al loro gigantesco sistema economico, ai loro patrimoni. Il sequestro colpisce le mafie nel settore che più conta per loro, quello delle ricchezze e del giro di denaro. Assegnare a scopo sociale beni sottratti alla violenza criminale, ha permesso la nascita e la crescita delle migliori esperienze di associazioni e movimenti antimafia, che hanno saputo trasformare quelli che prima erano luoghi di sofferenza, di privazione, in presidi di legalità, di cittadinanza e solidarietà. Da beni mostri a beni nostri, come ama ripetere Don Tonino Palmese, coordinatore regionale di Libera Campania. E l’approvazione di questo emendamento è un piccolo ma decisivo passo in questa direzione.
Ma tutto questo deve essere necessariamente parte di un lavoro più grande, per migliorare l’azione di ridestinazione e rendere finalmente efficace l’azione dell’Agenzia Nazionale dei beni sequestrati e confiscati.
Al 1 febbraio 2012 i beni confiscati tra aziende e immobili sono 11.982, il 68% si trova nelle regioni del Meridione. L’89% delle aziende ridestinate è in stato “vegetativo”, significa che hanno chiuso i battenti o rischiano di farlo a stretto giro. Le aziende ridestinate attive sono l’11%, appena 176 società. E questo dato
allarmante è in linea con il dato degli immobili, dei quali il 55% di quelli in gestione dall’Agenzia è gravato da debiti ipotecari.
E confesso, le immagini delle ville dei boss vandalizzate e abbandonate, sono un vero pugno nello stomaco per me, ma anche per tutti quei cittadini che hanno scelto nella mia terra e non solo, di fare la propria parte. Penso a quanti lavorano nelle associazioni, nei movimenti contro le mafie, agli studenti, ai familiari delle vittime, a quanti dedicano il proprio tempo a portare la loro testimonianza tra i giovani. Ognuno di loro sa perfettamente che non basterà il proprio impegno per vincere la battaglia contro le mafie, eppure ci provano lo stesso.
Lo fanno per non rassegnarsi a chi dice che tanto mai nulla potrà cambiare. Resistono, per non abituarsi alla rassegnazione. Tutte queste persone hanno bisogno di sentire la presenza dello Stato, hanno bisogno di non sentirsi soli. Troppo spesso non è così. Non succede, per esempio, quando vengono minacciati e non hanno accanto nessuno; non succede quando devono superare mille difficoltà, anche burocratiche. E non succede ogni volta che osservano quelle ville, monumenti all’incapacità dello Stato, di tutti noi, di riappropriarci e di dare nuova vita a luoghi di morte e di violenza. L’Agenzia è senza mordente, senza capacità di agire con immediatezza ed efficacia, una specie di carrozzone pubblico insomma, che conta una manciata di dipendenti, senza strumenti efficaci e senza un fondo di garanzia per coprire le ipoteche di creditori .
Al contrario, dovrebbe avere compiti di osservazione e analisi sui beni assegnati e sull’iter di quelli ancora da assegnare, dovrebbe lavorare in stretto raccordo con le prefetture e le forze di polizia, a contatto con le esperienze di contrasto del fenomeno criminale, dovrebbe saldarsi con l’azione della magistratura quasi a diventarne una costola.
Dobbiamo fare meglio, presto e di più, perché il riutilizzo sociale dei simboli del potere criminale rappresenta una delle risposte più efficaci che possiamo dare alle mafie, e al contempo, rappresenta la certezza di un futuro libero per tutti i cittadini perbene che non hanno scelto dove nascere, e che però hanno scelto di restare e di combattere.

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