martedì 6 marzo 2012

Che cosa deve Fare l'Europa con Mosca - Arrigo Levi su Corriere della Sera

Arrigo Levi
Riflettendo sull'esito delle elezioni, ogni considerazione sulla Russia deve ripartire da lontano nel tempo. Il 25 dicembre del 1991, nel suo ultimo discorso da presidente dell'Urss, di uno Stato, cioè, che già da qualche mese aveva cessato di esistere, Mikhail Gorbaciov rivendicò i principali frutti dei suoi anni di governo. Anzitutto, Gorbaciov indicò, a suo merito, di «aver posto fine alla Guerra Fredda e alla folle militarizzazione del potere», e di avere avviato un processo di rinnovamento «grazie al quale la società ha ricevuto la libertà ed è stata emancipata, politicamente e spiritualmente. Questa - concluse - è la conquista più importante, una conquista di cui non siamo ancora divenuti pienamente coscienti: per questo non abbiamo ancora imparato a fare buon uso della libertà».
È passato un ventennio, e ancora non siamo sicuri che i russi abbiano imparato a «fare buon uso della libertà». Per citare le parole di un manifesto che ci capitò di vedere agitato in quei giorni per le vie di Mosca, il prezzo dei «74 anni di marcia verso il nulla» (che tanto durò il comunismo), forse non è stato ancora del tutto pagato. Ma quando ci colgono questi dubbi, riportiamo alla mente il genuino entusiasmo dei moscoviti nel giorno delle loro prime elezioni libere, nel marzo 1989, e lo spirito quasi esultante che permeava i discorsi alla prima Duma liberamente eletta.
La fiducia, che allora provammo, nel popolo russo e nella sua capacità di gestire subito con successo la libertà ritrovata era forse un po' troppo ottimistica; prematura la speranza che la Russia si fosse di colpo trasformata in una solida democrazia multipartitica. I dubbi critici di Gorbaciov erano sicuramente più che giustificati. Ma se la storia russa rimane «una storia europea», e di ciò resto convinto, la memoria del percorso accidentato e difficile che tutti gli altri popoli europei hanno dovuto percorrere per realizzare
società democratiche e mature ci deve indurre a seguire l'evoluzione della nuova Russia democratica con minore impazienza.
Secondo i primi exit poll, non sembra che sia stata condivisa, nell'immenso Paese che si avvolge dall'Europa al Pacifico attorno a un terzo del globo terrestre, la voglia di riforma che si era manifestata con tanta forza nelle ultime settimane nella capitale. E non sappiamo se Putin, vincitore delle elezioni con una maggioranza superiore alle previsioni, anche se inferiore a quella del 2004, sarà capace di «trasformarsi in riformatore coraggioso», capace di capire «l'attuale voglia di cambiamento», che comunque esiste, e di «aprire un nuovo dialogo con la società russa». La conoscenza della Russia d'oggi, e dei limiti dell'uomo, induce Franco Venturini a dubitare che ciò possa accadere. L'evoluzione del sistema di potere di Putin, e al limite la sua stessa durata, potrebbero in tal caso essere a rischio: con tutte le incognite di ciò che potrebbe succedere poi. La vastità territoriale della Russia, il carattere composito della sua identità plurinazionale, suscita ulteriori incognite.
Stando così le cose, va sottolineato che è interesse vitale dell'Unione europea (non soltanto per la nostra cospicua dipendenza dalle forniture di gas o petrolio russo) mantenere con la Russia, oggi e in ogni circostanza, un solido rapporto di pacifica convivenza e di forte collaborazione economica e politica. Qualsiasi possibile situazione di crisi, nell'evoluzione della grande Russia, deve trovare, come fattore favorevole, la circostanza di confinare con un'Unione Europea che le offrirà sempre un orizzonte di pace a occidente: anzi, un anello di pace che si estende, in perfetto accordo con l'America, attorno a tutto l'emisfero settentrionale, senza alcuna interruzione.

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