giovedì 1 marzo 2012

Clientele, nepotismi, spintarelle La legge del più bravo non decolla - V. Fraschetti e C. Saviano su Repubblica


Comincia tutto con la crociata anti-fannulloni. Maggio 2008, Roma, conferenza stampa del neo ministro Renato Brunetta. Il professore tuona: "Via ai licenziamenti anche nella pubblica amministrazione". E viene giù il diluvio. Applausi e critiche, favorevoli e contrari. L'incoraggiamento del centrodestra e i sindacati che alzano barricate. Ma tant'è. Il tema torna al centro del discorso pubblico, ancora una volta. All'Italia serve una cura: la meritocrazia. Ne va dello sviluppo, della crescita economica, del futuro stesso del Paese. E se quella sui "fannulloni" è solo la battaglia iniziale, la guerra si conclude - o così sembra - un anno dopo. Settembre 2009: il Parlamento licenzia la riforma del professore ministro. E dove non poterono le masse, poté Brunetta: "E' una rivoluzione. Questa legge cambierà la vita degli italiani". Niente di più lontano dalla realtà.
I vizi sono ancora tutti qui. Clientelismo e affini, familismo amorale e non, ogni forma possibile di nepotismo. E poi cooptazioni, raccomandazioni, segnalazioni più o meno abusive. Perché nell'Italia del 2012, tra le montagne russe dello spread e l'economia reale in sofferenza, la meritocrazia sembra, semplicemente, non pervenuta. Uffici del Senato: sommerso tra atti e un'agenda in costante evoluzione, il senatore Pietro Ichino affronta la questione in maniche di camicia: "Il settore pubblico è ancora in gran parte sottratto a quella verifica di efficienza che è data, per le aziende private, dall'operare nel mercato". Il punto è "introdurre anche nelle pubbliche amministrazioni degli elementi di mercato, di concorrenza. E introdurre la misurazione delle performance dei servizi forniti". Questi sulla carta erano anche gli obiettivi della riforma Brunetta. L'incompiuta.
Peccato infatti che, dopo averla emanata, il governo Berlusconi l'abbia praticamente depotenziata. I premi di merito restano, perlopiù, lettera morta. Rinviati causa crisi. Perché con il blocco per legge della
contrattazione collettiva (decreto legge 78/2010) è rimandata anche l'entrata in vigore del nuovo sistema di incentivi individuali. Ovvero, uno dei punti cruciali per aprire le porte degli enti pubblici al merito, mandando in soffitta la consuetudine di distribuire premi a pioggia. Un'abitudine cattiva e, ovviamente, diffusa. Infatti, secondo un'analisi del professore della Bocconi Giovanni Valotti, il 95 per cento dei dipendenti pubblici ha una valutazione che in una scala 1 a 100, supera il 90. Tutti bravi, insomma.
E lo stallo non finisce qui. Dopo la carota, addio anche al bastone. Con l'intesa del 4 febbraio 2011 tra governo e Cisl e Uil, le sanzioni ai dirigenti che non raggiungono gli obiettivi prefissati vengono azzerate. Tutti bravi, nessun responsabile, quindi. Come se non bastasse, il caso Civit. La commissione "indipendente" partorita da Brunetta per monitorare la valutazione, la trasparenza e l'integrità delle pubblica amministrazione appena insediata finisce - tra accuse di conflitti d'interessi e consulenze discutibili - travolta dalle polemiche.
Ma se le difficoltà tecniche sono presumibilmente superabili, la questione è più profonda. Culturale. Ha a che fare con il rapporto degli italiani con il mondo del lavoro tout court. A parole siamo tutti per il merito. Le valutazioni? Solo in base alle nostre competenze. Le promozioni? Solo se assegnate in base ai risultati. Ma è davvero così? I dati raccontano di un'altra Italia. Secondo il World Value Survey, che fotografa lo stato morale e socio-culturale delle nazioni, "il 60 per cento degli italiani ritiene che tutti dovrebbero guadagnare allo stesso modo". Nei meritocratici Stati Uniti, all'opposto, il 90 per cento della popolazione ritiene che le persone dotate di maggiori abilità debbano guadagnare di più. Una differenza di forma mentis che trova riscontro anche in busta paga. In media nel pubblico impiego solo l'otto per cento è variabile, quindi legato al raggiungimento degli obiettivi.
Mentre nei Paesi anglosassoni, a fronte di una media poco più alta (dieci per cento), si raggiungono però picchi che arrivano al trenta per cento. Del resto, a Londra e dintorni non vige quella tendenza all'appiattimento salariale che opera in Italia. Da noi, esempio tra i tanti, i presidi delle scuole superiori sono quasi inamovibili. In Gran Bretagna vengono licenziati se non sono all'altezza degli obiettivi stabiliti.
Tuttavia, il mercato non è la panacea al mal di merito. Il privato, almeno in Italia, non è del tutto esente da certi vizi del pubblico impiego. Clientelismo e nepotismo sono anche qui. A volte, persino in forma contrattualizzata. Come nel caso delle banche, ben disposte negli ultimi anni a firmare accordi sindacali per incentivare gli esuberi che prevedono vie preferenziali per l'assunzione dei figli. Posti di lavoro in eredità insomma. Una pratica che ha riguardato, tra le altre, Banca Intesa, Unicredit, Bpm e che alla Cgil Fisac "promettono di combattere", come assicura Agostino Megale. E quando gli accordi non ci sono, la famiglia resta comunque il più affidabile ufficio di collocamento per molti aspiranti colletti bianchi. Secondo uno studio Isfol, cinque lavoratori su dieci trovano lavoro grazie a parenti e amici. Una repubblica fondata sulla spintarella.
La differenza col pubblico, però, è che i fannulloni in azienda non fanno molta strada. Per fare carriera competenza, merito, valutazione dei risultati contano eccome. Una cartina di tornasole delle diversità con il pubblico è data proprio dalla distribuzione degli incentivi legati alla produttività. I premi a pioggia semplicemente non esistono, se non altro perché l'impresa non può permetterseli. Pena la perdita di competitività sul mercato. Si premia meno, ma meglio. Basta guardare l'incidenza media della retribuzione legata al merito: del quindici per cento per i manager delle aziende; dell'otto per cento per i dirigenti statali. Ovvero: chi macina risultati nel privato arriva a essere premiato due volte di più che nel pubblico.

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