mercoledì 14 marzo 2012

Così il Pd perde pezzi - Franco Vittoria su Europa

Siamo alle solite. Si riparla delle primarie e di come regolarle. Il tema credo che non sia la rottamazione delle primarie. Il nodo è il territorio che sfugge alle dinamiche della politica della prima modernità. Qualcuno nel Pd ha ancora in testa un centralismo di vertice, immaginando che il partito possa includere tutti i pezzi di una società in mille frammenti. La piramide si è capovolta e il vertice non è più Roma. Può sembrare un’esagerazione ma provo a fare un ragionamento.
Se Roma non percepisce più la mutevolezza dei territori e delle comunità, è perché ha in testa il metodo del sistema elettorale vigente, e questo fa sbandare un classe dirigente che fa fatica a capire che sempre più la politica è fuori dalla politica. La stagione che stiamo vivendo sta segnando in modo negativo la presenza dei partiti, ma è pur vero che invece i movimenti e le tante nuove libertà spesso coprono il vuoto dei partiti senza territorio. 
I movimenti civici sono attraversati da un nuovo grande aggregato sociale con una ritrovata voglia di appartenenza culturale.
Questi movimenti attraversati dai “senza luogo” e i “senza tessera” stanno cambiando la geografia politica dei territori. Non si tratta di sentenziare su come fare le primarie, basterebbe “leggere” come sta cambiando il tessuto sociale e culturale del nostro paese. Non viviamo una crisi di valori ma un conflitto tra valori che genera nuovi pensieri e nuove libertà che i partiti cosi organizzati fanno fatica a rappresentare. Così le nuove libertà e i “senza luogo” si organizzano spesso creando un “contropotere” ai partiti.
Il Partito democratico è nato anche per tentare di rappresentare “i figli dei nuovi colori della politica” coniugando le diversità culturali e la sfida dei tempi nuovi. Il compito dei Democratici in questo tempo sospeso non è facile, ci troviamo ad un bivio: o si rompe con le navi delle vecchie mozioni congressuali e si
apre una nuova stagione costituente del partito o saremo tutti travolti da un “contropotere organizzato”.
Allora tentiamo di costruire un campo largo e inclusivo, un campo che veda protagonisti i movimenti e i “senza luogo”, le associazioni e il mondo del volontariato virtuoso. Invece vedo il rischio che in attesa del
terremoto ognuno si rinchiuda nel vecchio recinto delle narrazioni del Novecento. Se succede questo, il Pd perde la sua ragione sociale e la partita con la tecnocrazia che si trova dietro l’angolo. Occorre coraggio e recuperare terreno non calpestato, bisogna seminare campi per una nuova generazione di democratici.
Ho come l’impressione che la partita del Pd sia tutta protesa a difendere il fortino delle ossificazioni correntizie e se perdura questo metodo non ci sarà più il campo dei democratici, ma il recinto delle identità antiche. I “figli della libertà” cercano di coniugare la propria individualizzazione di futuro singolare e la necessità di sposare una causa di comunità senza tenere in testa le identità del Novecento. Dobbiamo allora osare, guardare alle cose che nascono, tentare anche di avere una visione della società, ricostruire le comunità tradizionali recuperando legature sociali e un nuovo umanesimo economico.
Il liberismo nichilista ha distrutto il senso di appartenenza tra vita e politica. La politica non può perdere l’ultima partita che gli rimane: preparare una nuova missione per accorciare le distanze tra l’1% di ricchi opulenti e il 99% di senza diritti e senza rappresentanza. Trovo esagerata la pretesa ogni volta di chiedere le dimissioni di Bersani, così come lo fu per Veltroni. Serve però una scintilla. Usciamo dal fortino e apriamo porte e finestre al nuovo mondo sociale, perdendo ognuno (correnti) un pezzo di cielo conquistato. Le primarie rappresentano le biografie di tanti cittadini che hanno solo voglia di cambiare il paese e qualche volta di scrivere la biografia della propria terra.

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