mercoledì 14 marzo 2012

Il giusto perimetro del “campo largo” - Massimiliano Smeriglio su Europa

La crisi globale scoppiata nel 2008 nelle case degli americani e lo sconfortante spettacolo della politica nostrana hanno aperto il campo ad ipotesi del tutto inedite, a scenari difficili da prefigurare e alleanze a geometria variabile. Eppure al voto manca poco più di un anno. Il governo politico dei tecnici ci sta consegnando una fase costituente che guarda esplicitamente alla edificazione della Terza repubblica ben oltre l’idea crociana della parentesi. In politica la sospensione non esiste, viceversa si consolida, persino al di là della volontà di Monti, l’idea che nulla tornerà come prima. 
E non è detto che sia un male. In fondo solo e soltanto questa idea di rivoluzione senza popolo, di una élite tecnocratica apparentemente disinteressata (al netto del sistema bancario), di persone competenti e sobrie è stata in grado di mettere nell’angolo il populismo liberista e sguaiato di Silvio Berlusconi. Almeno per ora, e non del tutto. La politica ha bisogno, per tornare a svolgere un ruolo apicale nella società italiana (ma anche europea), di un processo profondo di rilegittimazione popolare. Simile a quello che portò De Gaulle a immaginare il profilo della Quinta repubblica francese. Salvaguardia della dimensione democratica a fronte di dinamiche globali oggettivamente post democratiche. Capacità ed efficacia nell’azione di governo. Riforma dei corpi intermedi e della Costituzione materiale dei partiti. 
Questi gli ingredienti principali per non consegnare il paese ad una astratta “grossa coalizione” capace forse di difendere il sistema paese su scala internazionale, ma assolutamente impossibilitata ad affrontare i nodi della nostra epoca: l’aumento gigantesco delle disuguaglianze, la conversione ecologica del nostro sistema industriale, la riforma inclusiva del welfare, il reddito minimo (tanto per stare sul dibattito del momento), la progettazione di quelle infrastrutture immateriali capaci di tutelare e valorizzare un paesaggio e un patrimonio storico artistico unici al mondo. Va decisamente in questa direzione la discussione animata nell’ultimo anno
da Goffredo Bettini. Una goccia preziosa in un mare di posizionamenti tattici, di egocentrismi senza progetto, di spirito di sopravvivenza di una classe politica che ha fallito il compito storico che si era data, edificare la Seconda repubblica su solide basi bipolari.
Ora tutti i protagonisti del fallimento si nascondono nel cono d’ombra di Mario Monti. Francamente non è uno spettacolo dignitoso. Se ci fosse soltanto un sussulto del famoso spirito di servizio che tanta parte ha avuto nella cultura dei partiti popolari della Prima repubblica, il compito di Bettini sarebbe più semplice. Temo che non sarà così facile perché ciò che si è smarrito non è tanto la dimensione formale dei partiti, quanto la loro ragion d’essere, l’anima e la vocazione ad attraversare lo spirito del tempo, senza cedere alle sue lusinghe, reinterpretandone le domande su di un piano superiore, generale. Quell’idem sentire de re publica che animò il cuore dei padri costituenti. Che fare dunque? Intanto seguire le suggestioni e anche le indicazioni di metodo e di perimetro di Goffredo sarebbe già un buon viatico per riorganizzare la discussione su di un terreno capace di guardare al medio periodo e non solo al giorno per giorno. In fondo basterebbe annusare l’aria e trarne conseguenze generali. 
Come nel caso dei referendum per la difesa dei beni comuni o la straordinaria stagione delle primarie e delle vittoriose secondarie a Milano, Cagliari, Napoli, Torino e Bologna. Dalla crisi della democrazia mediata dai partiti se ne esce in due modi. Forzando ulteriormente il solco post democratico che in fondo il governo in carica ha cominciato ad arare. O rilanciando la democrazia partecipativa, fondata sulla persona, capace di individuare punti programmatici e leadership non scontati né decisi precedentemente dalle segreterie dei partiti. Su questo versante i partiti potrebbero avere un ruolo straordinario di accompagnamento e di facilitatori del processo, senza farsi sopraffare dall’ansia di predeterminarlo. Facendo davvero un passo indietro oggi, per tornare a svolgere un rinnovato protagonismo domani. Così è stato con Pisapia, Zedda, Fassino. 
Così comincia ad essere persino nella Napoli di De Magistris dopo la fase iniziale dell’«avimmo scassato». Leadership e visioni capaci di densificare un popolo, un protagonista nuovo, che fa fatica a percepirsi appartenente del tutto o per sempre ad una delle diverse forze organizzate del centro sinistra. Piuttosto una moltitudine e persino un blocco sociale che intuisce naturalmente il perimetro del “campo largo” e che in quell’ambito decide di esserci e di prestare, gratuitamente, la propria opera, prendendosi cura della comunità, praticando la dimensione dello scambio e del dono di tempo, competenze, entusiasmi. Un formidabile moltiplicatore di passioni calde capaci di scaldare i cuori dei più scettici. Le sfide della contemporaneità rendono mute le differenze di un tempo tra riformisti e radicali, tra innovatori e conservatori. Il punto è come si rompe la coppia, apparentemente oppositiva e che invece si autoalimenta, tra élite tecnocratica globalizzata e populismi territoriali (dalla Lega ai forconi siciliani). Il punto è come imboccare velocemente la strada del new deal del terzo millennio. 
Il punto è come tornare a dare dignità alla parola politica, dissotterrando la sua essenza da un cumulo di interessi personali, particolari o lobbystici. Riguadagnando pensieri lunghi e un vocabolario adatto per interpretare la complessità. Tutto questo si fa con più democrazia e investendo su di un popolo che quando è al dunque raramente sbaglia la partita. Con una consapevolezza in più. È vero che chiunque farà cadere il governo Monti pagherà un prezzo politico salato. È altrettanto vero che stavolta non ci sarà nessuna separazione consensuale del centro sinistra sul modello del 2008. Chiunque deciderà di non praticare il perimetro del “campo largo”, proponendone uno più risicato o, al contrario, uno talmente vasto da confondersi con la linea dell’orizzonte, porterà la responsabilità di scrivere la parola fine su qualsivoglia ipotesi di alternativa per il nostro paese. 
Una alternativa di governo che dovrebbe, qui e ora, dare risposte concrete a milioni di lavoratori, precari, giovani senza futuro, donne senza politiche di conciliazione, pensionati, piccoli risparmiatori e imprenditori molecolari strozzati dalla morsa globale e dalla difficoltà di accesso al credito. A questo dovrebbe servire il “campo largo”, a suscitare una speranza e migliorare le condizioni di vita della maggioranza degli italiani. Se il centro sinistra saprà accettare questa sfida, salverà il paese dal declino e, per la medesima via, ridarà dignità alla parola politica. Annaffiando con forza il seme della democrazia.

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