sabato 10 marzo 2012

Il PD e il partito FIOM - Stefano Menichini su Europa

Se davvero il Partito democratico deve essere autentico partito della nazione, baricentro del sistema politico – come dicono finalmente in convergenza D’Alema, Veltroni, ma anche Alfredo Reichlin – è importante che presti ascolto alla piazza romana di oggi.
Chiamato da Landini, converge a San Giovanni un popolo multiforme accomunato da un insopprimibile richiamo anticapitalista, oppositivo, radicale e in alcune sue frange addirittura antagonista. Un pezzo incancellabile della sinistra italiana, che sempre c’è stato e sempre ci sarà, per il quale ormai solo la Fiom può fungere da catalizzatore: vero sindacato-partito, supplente di organizzazioni politiche troppo deboli, personalizzate, o estinte.
La mutazione genetica della Fiom è l’espressione specifica che la crisi della forma-partito assume nell’area a sinistra del Pd. Per questo risultano artificiosi e alla fine fallimentari i tentativi di avvicinarsi a Landini solo sul lato delle sue rivendicazioni sindacali, rigettando gli altri elementi della sua piattaforma (la dichiarata opposizione al governo, la fusione col movimento No Tav): il partito Fiom va preso nel suo insieme.
E col rispetto dovuto all’egemonia che s’è conquistato. Questo è il modo giusto per il Pd di guardare alla giornata di oggi. C’è una sinistra che ha deciso di sostenere il tentativo di Monti: sta nel Pd. E c’è una sinistra che quel tentativo lo avversa: sta con la Fiom, contro il governo e contro una scelta strategica del Pd. La piazza di oggi non va né blandita né demonizzata né banalizzata.
Se il Pd vuole richiamare questa parte di popolo e di lavoratori alla salvezza e alla ricostruzione dell’Italia, come sarebbe necessario, deve far vincere nelle loro menti la propria proposta con serietà, senza indebolirla, senza indorare la pillola sui cambiamenti necessari al paese. Questa chiarezza sarebbe apprezzata.
Poi magari respinta, il che porterebbe domani il partito Fiom all’opposizione, minoritaria, anche rispetto a un eventuale governo a guida democratica. Sarebbe un peccato e un errore, ma non sarebbe una tragedia.

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