mercoledì 7 marzo 2012

Il peccato originale - Giancarlo Bosetti su Repubblica

Il candidato del Pd va sotto anche a Palermo. Se recidivo è chi ripete un comportamento indesiderabile, avendone già sperimentato le conseguenze negative, come accade ai tossicodipendenti dopo il trattamento o ai ladri dopo un soggiorno in carcere, tra il Pd e le primarie di coalizione c´è di sicuro forte recidività. La serie delle débâcle è impressionante: dopo la Puglia, Napoli, Cagliari e Milano è poi accaduto di nuovo a Genova. I candidati designati dal Partito democratico o accreditati come favoriti sono stati sconfitti da outsider, più a sinistra, più a destra, più al centro.
In una parola, "diversi" da quelli raccomandati dalla casa madre. Doveva bastare già la lezione del primo ciclo, maggio 2011: quello di Milano era come un test di laboratorio, fuori Boeri, Pd, vince Pisapia, Sel. E invece a Genova il Pd ripete rigorosamente lo schema perdente: spinge Pinotti, Pd, contro il sindaco uscente Vincenzi, Pd, e vince Doria, Sel; era solo il mese scorso. E adesso Palermo: la candidata del Pd, Borsellino, questa volta appoggiata anche da Vendola e Di Pietro, è superata da Ferrandino, della minoranza centrista pd, mentre va forte anche il terzo candidato, "renziano".
Le prime polemiche interne cercano la spiegazione nella geometria delle alleanze, ma sono diagnosi interessate e all´acqua di rose. E poi qui la categoria dell´"errore", politico, deve cedere il passo a quella della "malattia", recidiva: tutti questi casi in cui il Pd risulta sconfitto alle primarie di coalizione, non hanno in comune la coloritura politica, ma sempre e soltanto il fatto che il partito di Bersani aveva un suo candidato, il che è – in essenza – un errore dal momento che il candidato sindaco del Pd alle elezioni dovrebbe essere, appunto, quello che si dimostra capace di vincere le primarie, dopo che le ha vinte, non prima. Non stupisce che gli elettori delle primarie mostrino, regolarmente, maggior gradimento per lo sfidante ardimentoso, che pare quasi avvantaggiato per il solo fatto di non essere il "fidanzato" di un matrimonio combinato.

Le primarie sono un´invenzione dei partiti americani e sono evidentemente espressione di una cultura della competizione politica come gara aperta tra candidati che si fanno avanti da sé per la carica di presidente degli Stati Uniti o per gli altri livelli della rappresentanza. Il Partito democratico li designa candidati al ruolo alla fine della gara delle primarie. Ovviamente è così: immaginate il presidente dei Democrats, figura peraltro minore (per la cronaca al momento è Debbie Wasserman Schutz, un deputato della Florida) che designa il suo favorito all´inizio delle primarie: una insensatezza. È vero che tra i notabili e tra gli altri concorrenti, che via via escono di scena, si apre la complessa partita a scacchi degli endorsements, degli appoggi legati a trattative sui futuri incarichi, ed è vero che il sistema americano è carico di vizi di altro genere, ma non si può certo dire che manchi della tensione di una vera lotta per la vittoria: chiedere informazioni in questi giorni ai repubblicani.
 Le primarie ideali, invece, per come le concepisce la segreteria del Pd, dovrebbero essere una corsa ad esito garantito. Il che corrisponde alla forma mentale, nel migliore dei casi, dell´ordinaria amministrazione di un patrimonio di elettori (che però non sono immobili come i terreni agricoli), e, nel peggiore, della tutela del "posto fisso" in politica (che scarseggia invece altrove). Per approfondimenti sui vizi "feudali" delle primarie, che fanno ormai letteratura, è a disposizione la solidissima politologia italiana: una citazione tra tante, Gianfranco Pasquino, che ha curato con Fulvio Venturino, Le primarie comunali in Italia (Il Mulino, 2009).


Se il sintomo si ripete, la malattia dunque c´è e consiste nel rifiuto di una competizione reale per il rinnovamento della classe dirigente, nei ruoli pubblici come nei ranghi di partito. Alla gara si sostituisce la designazione paternalistica da parte della segreteria. Non è una novità nel partito fondato da Walter Veltroni nel 2007. Ed è davvero difficile dimenticare che il peccato originale dell´attuale segretario, Pierluigi Bersani, da lui stesso riconosciuto, sia stato quello di «aver fatto una grandissima cavolata a non candidarsi per le primarie», allora, contro Veltroni, come fecero invece Rosy Bindi ed Enrico Letta. 
Una vera agguerrita lotta aperta per la guida del Pd avrebbe forse dato maggiore forza sia ai vincitori sia ai perdenti – come tanti esempi americani dimostrano –, avrebbe probabilmente spezzato quel clima di eterna "congiura" che continua ad accompagnare la vita interna del Pd e avrebbe comunque premiato la virtù del coraggio in battaglia sopra l´astuzia dello stare sulla scia del (presunto) vincente.

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