mercoledì 7 marzo 2012

Indicazioni di partito, basta - Mario Barbi su Europa

Palermo, Sicilia. Per me che sono cresciuto tra le nebbie padane la Sicilia è un posto troppo complicato. So che da quelle parti non si dà molto credito ai fatti e che la realtà è considerata un “livello” di verità pressoché inconoscibile. E comunque da decrittare dietro strati e strati di apparenze. E, tuttavia, nonostante ciò, correrò il rischio di esprimere qualche opinione sulle primarie del centrosinistra che si sono tenute a Palermo domenica.
Come se Palermo fosse un posto come un altro, una Milano o una Torino qualsiasi, e non, invece, terra di mafie e di antimafie, di stato e antistato, di separatismi e di eccidi, di banditi e di lotte, di corvi e di trattative, di sicari e di martiri. Come se non fosse la regione in cui un presidente eletto dal popolo resta in carica cambiando non so quante volte maggioranza, come un sole che scompone e ricompone partiti come se fossero cera, a proprio uso e consumo. E a maggior gloria – e grazie all’attaccamento al mandato – dei deputati dell’Assemblea regionale siciliana.
Compreso il Pd, spaccato e diviso, eppure unito, che evidentemente non considera dirimente essersi presentato alle elezioni contro il presidente in carica e con un candidato alternativo.
Comunque, dicevo, le primarie di Palermo. Ancora una volta un risultato inatteso che disattende la regia degli apparati. C’è poco da fare. Bisogna farsene una ragione. Le primarie vere, aperte e competitive, sono incompatibili con un’idea di partito (o cartello di partiti) chiuso e con la presunzione o ambizione di un gruppo di comando di teleguidare e predefinire il risultato. E questo è un punto centrale che non verrà mai detto e ripetuto abbastanza.
A me, personalmente, dispiace l’insuccesso di Rita Borsellino che è persona degna e di grande qualità. Ma è anche persona che aveva un duplice handicap: 1) era stata designata come il candidato vincente dai gruppi
dirigenti nazionali dei partiti promotori delle primarie (Bersani, Di Pietro, Vendola) ed è quindi apparsa come la candidata di apparati che – nel suo nome e nella sua storia – cercavano di affogare la attuale impopolarità dei partiti (Pd, Idv, Sel); 2) era la candidata di un’altra stagione e di un’altra generazione (come segnala l’appoggio anche eccessivo di Leoluca Orlando) che, al di là dei meriti e delle glorie, è avvertita come superata e da superare.
Certo, può dispiacere, e a me non fa piacere, che questa storia venga ora “superata” con il successo – ancorché di misura e ancorché contestato – di Fabrizio Ferrandelli (31 anni), consigliere comunale eletto con l’Idv ed espulso dall’Idv perché si è candidato alle primarie contro la volontà del partito che aveva deciso di sostenere (via Orlando) la Borsellino. Peraltro, Ferrandelli ha avuto l’appoggio di quella componente del Pd che appoggia la giunta regionale dell’attuale presidente. Anche un altro candidato, Davide Faraone (36 anni), l’unico con la tessera del Pd, ha ottenuto un ottimo risultato, con l’appoggio del sindaco di Firenze, Matteo Renzi, in aperta polemica con Bersani, a riprova che è oramai tempo di un cambio di stagione. Dignitoso anche il risultato della candidata senza-partito e fuori dai giochi, Antonella Monastra.
Ora si diranno le solite cose… Nessuno ha ottenuto la maggioranza assoluta, ci vuole il doppio turno, bisogna rivisitare le regole...E si dirà anche di più, perché siamo in Sicilia e allora le cose non sono come sembrano e chissà quali giochi e disegni ci sono dietro questa faccenda. Ma io vorrei resistere alle letture dietrologiche e con l’ingenuità di chi non ha l’immaginazione di andare oltre ai fatti vorrei rispondere anticipatamente anche a coloro che si concentreranno sul Pd e diranno, ancora un volta, che il Pd perde perché non ha un solo candidato, perché è diviso ed è diviso perché non è un vero partito etc. etc...Vorrei dire che non è così.
Non è così perché sbagliata è l’idea che le primarie per le cariche monocratiche si facciano tra partiti e con candidati di partito. È questa impostazione che è fallimentare e che non funziona quando le primarie funzionano. Il Pd “perde” soltanto se si ostina a non volere essere quello che è – partito aperto e coalizionale di cui le primarie sono un tratto costitutivo – e a volere diventare quello che non è – un partito di iscritti chiuso e identitario.
Perché i partiti nelle primarie di coalizione ci mettono l’infrastruttura, lo sfondo politico e culturale del dibattito valoriale programmatico, i “vivai” di esperienza e di formazione dei caratteri e delle personalità, ma non possono pretendere di decidere a-priori i candidati e i risultati. I candidati sono il frutto di una decisione politica individuale, che presuppone una volontà e una visione, un “io” che cerca di farsi “noi”.
E i risultati li decidono gli elettori che, quando sono tanti, come a Palermo (oltre 30mila, un record locale!), non sentono ragioni di partito, ma guardano ai candidati e scelgono come gli pare. E questo è un successo, anche quando il risultato non piace. Come a Palermo.

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