mercoledì 7 marzo 2012

La Ue: poche manager, pronti alle quote rosa - Luigi Offeddu su Corriere della Sera

Viviane Reding
«La scarsa presenza delle donne ai vertici aziendali impedisce all'Europa di essere competitiva e di crescere economicamente». Un anno dopo aver chiesto ai 27 Paesi Ue di spalancare i vertici delle loro aziende anche alle donne meritevoli, la commissaria europea alla Giustizia Viviane Reding fa due conti, e certo non brinda: la presenza femminile nei consigli di amministrazione è ancora al 13,7%, cioè solo un consigliere su sette è donna.
E solo 24 aziende hanno risposto all'appello di Bruxelles per un'«autoregolamentazione», cioè per un intervento volontario diretto all'incremento della presenza femminile, insomma al varo più o meno ufficiale delle quote rosa: «Mi dispiace vedere che, nonostante i nostri richiami, l'autoregolamentazione non ha portato finora risultati soddisfacenti...». Nella composizione dei vertici aziendali c'è stato, è vero, un lieve miglioramento dell'1,9% almeno fra il 2010 e oggi: «Ma di questo passo - dice ancora Viviane Reding - ci vorrebbero più di 40 anni per raggiungere un significativo equilibrio fra donne e uomini: cioè almeno un 40% di presenze per entrambi i sessi». E per questo, la Reding ha annunciato che «la Ue potrebbe introdurre entro la fine dell'anno le quote rosa nei consigli di amministrazione delle aziende europee».
Il Commissario alla Giustizia Viviane Reding
Si parla di questo perché fra due giorni si festeggerà la Giornata internazionale della donna, e l'altro giorno era la Giornata europea della parità salariale: fissata al 2 marzo in base al calcolo teorico che, dal primo gennaio al 2 marzo, le donne lavorano «gratis» per raggiungere nello stipendio i loro colleghi maschi. Ancora oggi, infatti, secondo gli ultimi calcoli della Commissione Europea, come valori medi e a parità di competenze la donna europea guadagna ancora il 16,4% in meno dell'uomo: «Eppure - protesta sempre la commissaria europea alla giustizia - il principio del salario uguale per uguale lavoro sta iscritto nei Trattati
europei fin dal 1957. È proprio arrivato il momento che venga posto in pratica ovunque».
Qualche anno fa, il divario medio uomo-donna nel continente era al 17%, perciò vi è oggi un leggero progresso: ma qui contano molto le diverse situazioni dei singoli Stati. Con qualche sorpresa: mentre i divari salariali più alti fra i sessi si registrano in Estonia (27%), Austria (oltre il 25%), Germania (circa il 22%) e Gran Bretagna (circa 19%), l'Italia mostra le differenze più basse (poco più del 5%) insieme a Polonia (3%) e Slovenia (4%): ma è praticamente impossibile fare un confronto omologo fra questi dati e ricavarne un giudizio perché in Italia, per esempio, rispetto alla Germania sono diversi i dati del part-time o delle aspettative per maternità.
La Ue non si rassegna comunque a far da spettatrice in tutti questi campi. Sulle scrivanie della Commissione Europea si accumulano da anni studi ed analisi sugli effetti dell'«inuguaglianza» sul lavoro: una su tutte, un'indagine della Enrst&Young sulle 290 principali società quotate in borsa, rivela come le imprese con (almeno) una donna nel consiglio di amministrazione abbiamo utili più alti di quelle riservate ai maschi. Probabilmente, l'appello all'autoregolamentazione lanciato un anno fa da Bruxelles (aumento del 30% nella presenza femminile entro il 2015, e del 40% entro il 2020) era troppo ottimista, o prematuro. Ma non tutto è così nero: la stessa commissaria Reding ricorda infatti che «diversi Stati membri, tra cui Belgio, Francia, Italia, Paesi Bassi e Spagna, cominciano a porsi il problema introducendo leggi sulle quote rosa nei consigli di amministrazione: le quote rosa non suscitano il mio entusiasmo, ma i risultati mi piacciono».
Ora Bruxelles cerca di centrare meglio il bersaglio, perciò chiede alle singole aziende, alle parti sociali, alle Organizzazioni non governative e ai singoli cittadini «di esprimersi su quali misure la Ue dovrebbe varare per equilibrare la presenza uomo-donna nei consigli di amministrazione». Appuntamento fra un altro anno, per vedere se andrà meglio. Alle donne, e a tutto il mondo del lavoro.

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