lunedì 12 marzo 2012

"Mio marito Marco Biagi sbeffeggiato e lasciato solo ma voleva difendere i precari" -

Marco Biagi
Abbandonato dallo Stato, anzi «sbeffeggiato da chi doveva proteggerlo», vittima di «bugie terribili». Morte di un uomo rimasto solo con i suoi affetti familiari. Quella sera sotto il portico basso e male illuminato di via Valdonica «c´erano una decina di ragazzi che mi guardavano con occhi attoniti» e lì, davanti al portone di legno, la scena che da mesi popolava gli incubi di Marina Biagi, questa volta terribilmente reale: «Marco riverso sotto al portico, la bicicletta rovesciata, la sua borsa con le carte per terra, le chiavi… Mi sono guardata attorno, ripetevo "lo hanno ucciso...". Ricordo che c´era un maresciallo dei carabinieri che mi disse: "Ma chi è questa persona?", risposi solo "lo hanno ucciso le Brigate rosse...". 
Dieci anni dopo Marina Orlandi, moglie di Marco Biagi, il giuslavorista assassinato dalle nuove Br a Bologna, il 19 marzo del 2002, trova la forza per raccontare a tutti quel che per tanti anni ha tenuto per sé. Affida per la prima volta ricordi e amarezze, solo in voce, a La storia siamo noi, la trasmissione di Giovanni Minoli che mercoledì 14, in prima serata su RaiDue, dedicherà una puntata di ricostruzioni e interviste (curata da Carlo Durante, Marco Fiorini e Marco Melega) alla storia di una morte annunciata. E quel che accadde quella sera al tramonto, mentre uno dei due ragazzi «stava uscendo per l´allenamento di basket e l´altro aspettava il babbo per cena», e il babbo aveva chiamato rassicurante dalla stazione, come sempre, «io avevo appena buttato la pasta», quella scena feroce era stata fin troppo annunciata. 
I ricordi di Marina vanno all´autunno del 2001, quando al professore che lavorava al progetto di riforma del mercato del lavoro per il ministro del welfare Roberto Maroni era stata tolta anche l´ultima scorta, proprio mentre iniziavano «quelle brutte telefonate». Come quella che arrivò una sera, a casa: «verso l´ora di cena,
Marco andò a rispondere, lo vidi impallidire, dopo poco mise giù la cornetta. Io gli chiesi: ma chi era?, e lui cercò di minimizzare, "nessuno, hanno sbagliato numero", ma era troppo turbato, io insistevo, allora mi disse che lo avevano minacciato, che era una delle brutte telefonate che riceveva in quel periodo». Ma la paura era cominciata ancora prima, per Marina Orlandi, insegnante universitaria, una vita felice accanto al «ragazzo che amava i grandi spazi» che aveva conosciuto a diciannove anni. Ricorda fin troppo bene quando «mi crollò il mondo addosso».
Era il 20 maggio del ´99, e lo sconcerto arrivò dalla tv, all´ora del telegiornale: «Dava la notizia dell´omicidio di D´Antona, e Marco quel giorno era proprio a Roma, perché all´epoca era anche lui consulente di Bassolino. Lo chiamai, supplicandolo di tornare a casa, ma lui mi disse invece che si sarebbe fermato a Roma altri due giorni perché voleva finire il lavoro che D´Antona doveva presentare in quei giorni. Da quella sera ho cominciato a temere per la sua vita». Gli ultimi mesi, sempre più paurosi. Marco, «obiettivo senza protezione», come lo descrivevano le sentinelle brigatiste, «era preoccupatissimo ed io con lui, gli stavano togliendo ogni protezione, aveva scritto tante lettere perché gliela ripristinassero, ma ogni sua richiesta era assolutamente ignorata». Una sera, «l´ennesima» discussione in famiglia: «A cena cominciammo a parlare del fatto del fatto che non avesse la scorta, l´argomento lo tirai fuori io e lui d´improvviso mi chiese "ma insomma, io cosa posso fare? La scorta non me la danno". 
Ebbe parole durissime nei confronti di quelli che non volevano dargliela, poi però continuava a chiedermi "che cosa devo fare?", era una domanda retorica, "devo lasciare tutto proprio ora che, per una serie di circostanze, mi sono trovato nel momento giusto e al posto giusto per fare qualcosa per il lavoro delle donne come te, per il futuro dei ragazzi come i nostri figli…? Devo mollare tutto proprio adesso?" E io gli risposi no, no... Non potevo che rispondergli così, di andare avanti». Era quella, del resto, la vita che aveva scelto, proiettata nello spazio pubblico. Giovane militante del Psi, «tutti i sabati prendeva la Cinquecento e andava a fare comizi nei paesi dell´Appennino, poi mi raccontava, ironico, che il suo pubblico erano una decina di vecchietti seduti al bar del paese». 
Gli amici lo vedevano già proiettato in politica, Biagi scelse invece la carriera dello studioso, ma con la vocazione del riformatore. Ricorda ancora Marina che una sera gli chiese "ma tu cosa vorresti fare da grande?". «Gli dissi proprio così, e lui mi confidò due desideri: insegnare all´Università Johns Hopkins ed entrare a far parte di una delle commissioni ministeriali per la stesura di nuove norme sul lavoro». In questi dieci anni, Marina Orlandi deve aver ripensato continuamente a quei sogni raggiunti e subito spezzati da sei colpi di pistola. Soffrendo ancora di più per le interpretazioni sbagliate che vennero date al lavoro del marito, prima e dopo l´attentato. Proprio ieri, vincendo ancora la riservatezza, ha voluto «portare un ricordo di Marco» parlando per una decina di minuti a un´assemblea di studenti promossa dalla Cisl: «Quando è stato ucciso era babbo di due ragazzi: Lorenzo aveva 13 anni, Francesco aveva circa la vostra età. Prima di essere ucciso, Marco mi parlò di voi ragazzi. Era consapevole che la società si stava trasformando e che avere un lavoro per tutta la vita, sempre lo stesso a tempo indeterminato, sarebbe stato praticamente impossibile, o sarebbe arrivato tardi nella vita. 
Aveva in mente che bisognava difendere i lavori brevi. Purtroppo ci sarà questa precarietà, diceva Marco, però dobbiamo renderla una precarietà protetta, fare in modo che le persone che hanno un lavoro abbiano anche dei diritti, che non trovino lavoro nero. Dopo che persone veramente infami lo hanno ucciso, il suo nome è stato associato alla precarietà: ma questa è una bugia terribile». «Marco era un uomo libero che ha sempre detto quello che pensava. 
Non era legato in particolare ad una parte, si sentiva libero di dire quello che gli sembrava giusto. Ha avuto il coraggio di esporre le proprie idee». Ma per questo ha pagato il prezzo più alto. Marina Orlandi, dopo tanto silenzio, non risparmia nulla a nessuno: «È stato abbandonato dalla Polizia, dallo Stato che gli tolse la scorta proprio nel momento in cui era più esposto. Diceva "senza scorta ho paura, ma vado avanti nonostante il pericolo e le minacce, perché sento che è mio dovere". Ma fu sbeffeggiato da chi doveva proteggerlo».

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