giovedì 22 marzo 2012

Molto grave aver spezzato il filo - Sergio D'antoni su Europa

L’epilogo della trattativa tra governo e parti sociali è sicuramente una grande opportunità mancata. Si è arrivati a un passo da un traguardo epocale, che avrebbe permesso l’apertura di una importante fase di riformismo partecipato, una stagione capace di elevare al massimo il livello dello scambio e di mettere sul tavolo molti dei capitoli inerenti il nostro modello di sviluppo. Questo ultimo passo, sfortunatamente, non è stato ancora compiuto. E, come spesso accade, le colpe non sono tutte da una parte. Vanno distribuite tra un governo che non ha fatto abbastanza per favorire uno sbocco pienamente partecipato alla trattativa e una parte del corpo sociale che, nel momento decisivo, ha perso la necessaria dose di coraggio e responsabilità. Da una parte un eccesso di decisionismo, dall’altra un deficit di riformismo. Pensare che questa sia la via maestra per avviare processi in grado di rilanciare competitività e sviluppo è puramente illusorio. Queste distanze vanno colmate. 
Esecutivo e parti sociali possono e devono avviare una riflessione che li porti a riprendere al più presto i fili di un dialogo che altrimenti rischia di spezzarsi. Ricompattare il fronte sociale, ricominciare a parlarsi da subito. La posta in gioco è troppo alta, specialmente per chi, come il sottoscritto, è fermamente convinto che sia più che mai urgente una riforma complessiva delle relazioni industriali secondo un modello di democrazia economica ampiamente collaudato in Germania. Si fa un gran parlare del modello tedesco. E allora prendiamolo nel suo insieme, applichiamolo e attualizziamolo al caso italiano, dando ai lavoratori strumenti concreti con cui possano avere voce in capitolo nelle scelte strategiche d’impresa. Obiettivo raggiungibile
solo se si parte da un contesto sociale coeso e responsabilmente collaborativo.
Se nel metodo il lavoro svolto presenta molte lacune, nel merito il documento licenziato va ancora valutato in tutta la sua complessità. Da quanto emerge in queste ore, un primo passo sembra essere stato fatto sul versante degli ammortizzatori sociali e della razionalizzazione della disciplina sui contratti. L’universalità delle tutele per chi perde il posto del lavoro e la lotta senza quartiere alle forme contrattuali precarizzanti devono essere considerati elementi decisivi di riequilibrio economico e di giustizia sociale. La direzione intrapresa sembra quella giusta, anche se gravano ancora incognite tutt’altro che trascurabili sull’entità delle risorse messe a disposizione dalla squadra di Monti. Il confronto e il lavoro anche in questo caso deve continuare, sia fuori che dentro il parlamento. 
C’è poi la questione della cosiddetta flessibilità in uscita. Un tema che si è caricato, da una parte e dall’altra, di una emotività che non aiuta certo il confronto. Bisogna smetterla di ridurre tutto a un referendum sull’articolo 18. Evitare di sventolarne la modifica o di teorizzarne l’assoluta intangibilità come se queste fossero le uniche battaglie per la modernità. In gioco c’è ben altro. Ad ogni modo, la manutenzione proposta dal governo appare equilibrata ma ancora da migliorare attraverso la prosecuzione della trattativa e un solido lavoro di merito nel parlamento. Sbaglierebbe di grosso, l’esecutivo, se si presentasse in Aula con la logica del prendere o lasciare. Infine, il Pd. Compito di noi democratici, in questa delicata fase, è lavorare insieme a una sintesi che aiuti a trovare un disegno riformatore comune. 
È dunque indispensabile evitare ogni forzatura, rafforzare le ragioni del dialogo e cooperare per favorire il rapido ritorno a un confronto responsabile e costruttivo tra istituzioni e forze sociali. Non esiste via migliore per aprire un cantiere riformista in grado di colmare le disuguaglianze che sono alla base dell’attuale crisi. L’occasione che abbiamo di fronte è imperdibile. Siamo tutti chiamati a dare un contributo di responsabilità, evitando di alzare i toni e dando al dialogo e al confronto costruttivo tutto il tempo necessario. Il Pd deve far prevalere le ragioni dell’unità: condizione essenziale per svolgere da protagonista il suo ruolo riformista in parlamento.

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