mercoledì 14 marzo 2012

Pd, idee più che alleanze - Luca Di Bartolomei su Europa

Non sarò certo io a difendere la “foto di Vasto” ma le elezioni primarie stanno lasciando sul campo del Pd un capro espiatorio politico ingombrante ma ingannevole. Cosa è cambiato oggi per cui non va più bene quell’alleanza con Vendola e Di Pietro che invece dopo Milano e Genova a molti appariva come imprescindibile? Quello che voglio dire è che il problema non sono le alleanze ma la qualità della nostra proposta politica. E con proposta politica non parlo del segretario, che si è impegnato in un serio lavoro per tenere in piedi il Partito durante passaggi turbolenti dai quali, tirando le somme, siamo però usciti senza riuscire a cogliere i benefici politici del crollo della destra. Con proposta politica mi riferisco alla incapacità di tutti noi di dare una risposta, come partito, a quel bisogno di cambiamento che gli italiani (nel loro insieme) esprimono. 
Il lungo declino – trasformatosi negli ultimi mesi in un pesante tracollo – di cui Berlusconi e la sua compagine governativa sono responsabili, oltre ad aver portato l’Italia sull’orlo del default, ha prodotto negli italiani un tale orrore nei confronti della politica che oggi esistono poche organizzazioni legali nel nostro paese odiate come i partiti. Noi, il Pd, a questi avvenimenti nuovi degli ultimi 12 mesi abbiamo risposto rinnegando progressivamente il nostro spirito originario: stritolati ed impauriti, a sinistra, da un populismo antagonista, e a destra, da un assottigliamento che abbiamo aiutato al grido di «meno siamo meglio stiamo». Abbiamo provato a sostituire il riconoscimento popolare come forza politica riformista con la legittimazione tra apparati: a questo nostro allontanamento le persone hanno risposto guardandoci come alieni e percependoci in alcuni casi come corresponsabili dello sfacelo berlusconiano. 
L’apprezzamento di cui gode questo governo di non politici ne è la prova: la più attuale fotografia sondaggistica (quella fatta da Ipr Marketing per la Repubblica) ci racconta che un partito dei tecnici senza
neppure avere una faccia e senza esistere nella realtà raccoglierebbe il 22% dei consensi portando alle urne un 14% di elettori dell’area del non voto e provocando un vero e proprio terremoto tra i partiti realmente esistenti. Qui, dunque, sta il primo deficit della nostra politica: paghiamo la distanza di eletti e dirigenti dai nostri elettori, dalle persone “normali” e soprattutto dal loro sentire: ricordate la storia dell’80% dei nostri votanti che è a favore di Monti mentre alcuni “giovani” che siedono in segreteria nazionale ne parlano pubblicamente, quando va bene, come di una dura necessità e quando va male come di una maledizione divina?
Una ampia fetta del nostro apparato da tempo invoca (confondendo) uno sterile primato non già della politica ma dei quadri di partito. L’abbraccio tra stanche burocrazie partitico-sindacali sta mortificando le speranze di tanti che avevano guardato a noi come ad una forza politica di proposta, in grado di dire basta ai veti e di offrire soluzioni utili a migliorare la vita delle persone. Servire gli italiani: francamene non so se in questi ultimi tempi siamo stati in grado di intercettare le loro richieste. Se eccettuiamo l’euro, infatti, negli ultimi 20 anni questa politica si è dimostrata inadeguata; incapace di produrre quelle riforme necessarie a garantire (non parliamo poi di migliorare) gli standard qualitativi dei nostri servizi pubblici come istruzione, trasporti pubblici e sanità, in particolare per i giovani studenti e lavoratori, come evidenziato in un recente studio della Banca d’Italia. Tra il 1993 e il 2011 il nostro reddito non è cresciuto, l’occupazione è calata e sensibilmente peggiorata in qualità. 
Per uscire da questa situazione gli italiani, da noi, si aspettavano ieri una rottura degli schemi e oggi un quid pluris sui temi reali di cui discutono. E, in questo quadro – a meno di 60 giorni da una tornata amministrativa – brandire la “foto di Vasto” come agnello sacrificale per l’espiazione dei nostri mali significherebbe sbagliare ancora una volta l’analisi. Alla vigilia del confronto elettorale nazionale – in una coalizione necessariamente ampia che includa il Terzo polo – l’alleanza con Sel e Idv potrà andar bene solo se il Pd ritroverà il suo ruolo di guida, imponendo una sintesi politica chiara, attrattiva e responsabile nell’interesse del paese. 
Sul mercato del lavoro andiamo al traino di una discussione in cui abbiamo rinunciato ad essere protagonisti, degradando per altro, un dibattito che coinvolge milioni di giovani precari, a motivo di rissa interna utile ad affibbiare etichette e marchi di infamia. Sulle liberalizzazioni invece che concentrarci su poche e chiare scelte abbiamo sottoscritto una mole di emendamenti, fra i quali alcuni – come quelli relativi al mercato bancario o dei taxi – che gridano vendetta. 
Sulla legge elettorale stiamo riproponendo soluzione vecchie come la bozza Violante, di fatto, andando contro la volontà degli italiani che chiedono a gran voce da tempo un bipolarismo chiaro (che sarebbe finalmente libero dalla pregiudiziale berlusconiana). Abbiamo lungamente detto che il bipolarismo coatto e aggressivo era determinato dalla presenza sulla scena di Berlusconi e oggi, che quella presenza non c’è più, buttiamo a mare un finalmente possibile bipolarismo virtuoso. 
Avevamo detto di restituire ai cittadini la possibilità di scegliere da chi essere governati e da chi essere rappresentati e studiamo leggi elettorali che restituiscono lo “scettro” alle segreterie dei partiti proprio mentre i partiti sono avvertiti come lontani e inutili. Siamo all’ultima chiamata per decidere, insomma, se il Pd tornerà – grazie al contributo collegiale di tutti le sue anime – ad essere un partito perno di un futuro schieramento bisognerà da subito modificare la qualità della nostra proposta politica riportandola in linea con il sentimento che i nostri elettori esprimono chiaramente da tempo.

Nessun commento: