mercoledì 7 marzo 2012

Pd, la guerra delle foto - Pietro Spataro su L'Unità

Visto che nel centrosinistra va tanto di moda parlare di foto per parlare di politica, allora partiamo dalle foto. Non è un gioco, ma il tentativo di capire, dentro la bufera delle primarie di Palermo, quale immagine vuole dare di sé il Pd. In sostanza: quale profilo offrire a chi osserva, cioè agli elettori. Stiamo parlando di un partito che ha l’ambizione di essere riformista e di cambiamento. La cui missione non è solo amministrare meglio quel che gli altri hanno amministrato male, ma indicare un progetto alternativo. Su questo, forse, nel Pd dovrebbero essere tutti d’accordo. Ma allora quale è il problema dei democratici che a ogni passo, spesso, si dividono sul passo successivo?
Uno dei problemi è diventata la famosa «foto di Vasto». Si tratta dello scatto che nel settembre del 2011 immortalò Bersani, Vendola e Di Pietro come protagonisti di una nuova alleanza di centrosinistra. Con il tempo, per i critici, quella immagine è diventata il simbolo di una pericolosa autosufficienza che chiudeva a nuove forze e al confronto con il centro di Casini. Anche se i mesi successivi hanno smentito quella diagnosi e dimostrato, per esempio, che il rapporto tra il leader del Pd e quello dell’Udc è stato spesso fruttuoso (basti pensare alla fase del dopo Berlusconi), quella foto viene usata per descrivere quel che il Pd non deve essere. Il punto è che la non autosufficienza di quel triangolo politico è, nei fatti, un dato acquisito: non tanto perché soltanto in pochi hanno pensato il contrario, ma soprattutto perché la nascita del governo Monti ha segnato, in qualche modo, uno spartiacque e allargato la forbice del dialogo. Non a caso il Pd è tra i sostenitori, mentre l’Idv e Sel tra gli oppositori.
Bene, poi arrivano le primarie di Palermo che ci consegnano un’altra foto del Pd. Fabrizio Ferrandelli, il vincitore, è riuscito a strappare un pugno di voti in più spingendo sull’abbraccio con il centro di Lombardo in alternativa al patto con Vendola e Di Pietro sostenuto da Rita Borsellino. Un’altra immagine finisce così negli
archivi del Pd accanto però a quella scattata solo un mese fa a Genova che, con la vittoria del radicale Marco Doria, rimandava invece alla vecchia immagine di Vasto. Tutti scatti che ripropongono un dilemma che rischia di lacerare il Pd: stare con Vendola e Di Pietro o con Casini? Meglio l’affidabilità moderata dell’Udc o la radicale imprevedibilità di Sel e Idv?
L’impressione è che il dibattito stia seguendo una strada sbagliata. Dividersi sul «con chi allearsi» rischia di aprire solo fossati e fa perdere di vista la domanda centrale: allearsi per fare che cosa? Se si parte da qui, forse si riafferra il bandolo della matassa. Ma rispondere a questa domanda vuol dire interrogarsi su quale è il ruolo del Pd non solo in Italia ma in Europa. Il tema per le forze riformiste, infatti, è se e come si riesce a imporre una linea alternativa a quella iperliberista che ha dominato il Vecchio Continente negli ultimi anni con gli effetti nefasti che sappiamo. Che questo sia lo scontro lo dimostra l’attivismo di quella sorta di «internazionale conservatrice», di cui Angela Merkel è leader, che ha dichiarato guerra al candidato socialista all’Eliseo Hollande, con metodi che hanno poco a che vedere con il galateo delle cancellerie.
Se quindi, banalizzando, il Pd è giusto che stia con i progressisti contro i conservatori, forse dovrebbe entrare in gioco un’altra immagine: la «foto di Parigi». A maggio Parigi sarà infatti il teatro della prima battaglia dei progressisti: Hollande contro Sarkozy. E proprio lì, in vista di quello scontro, i leader dell’Spd, del Ps e del Pd firmeranno tra qualche giorno un manifesto dei progressisti per l’Europa del lavoro e della solidarietà. Si dirà che anche questa foto non è autosufficiente: sicuramente è così. È necessario allargare l’alleanza, coinvolgere altre forze che condividono valori diversi rispetto all’asse Merkozy.
Ma da qui però bisogna partire. E forse diventerà meno difficile scegliere in Italia con chi allearsi: discutendo di idee prima che di uomini, di programmi prima che di sigle. Allora le immagini di Vasto e di Palermo (e di Genova) appariranno per quel che sono: tasselli di un puzzle. Come diceva Henri Cartier Bresson, è un’illusione che le foto si facciano con la macchina. Si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa.

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