giovedì 1 marzo 2012

Primarie, attenti a cambiarle - M. Valbruzzi e L. Fasano su Europa

Dal 2008 al 2011, ossia dalla nascita del Pd a pochi mesi fa, in Italia si sono tenute, a livello comunale, 122 primarie di coalizione. Di quelle 122 elezioni primarie, 96 (pari al 79%) sono state vinte da un candidato del Pd. In pratica, in 8 primarie di coalizione su 10 il vincitore è stato un candidato democratico. Questo dato, forse inatteso, nasce dalle osservazioni sistematiche condotte dal gruppo Candidate&Leader Selection, attivo all’interno della Società italiana di scienza politica, che da quasi una decina d’anni studia le elezioni primarie a tutti i livelli, in Italia e non solo. Raccogliamo meticolosamente dati, numeri, cifre sulle quali basiamo le nostre analisi e che possono servire, da ultimo, ad esprimere anche, ma non necessariamente, giudizi di valore. 
Valutazioni che per essere plausibili devono però trovare fondamento nei fatti. Per noi che facciamo ricerca scientifica, infatti, non devono esistere dogmi: i giudizi di fatto vanno sempre anteposti ai giudizi di valore. La lezione di Max Weber, in questo senso, è la nostra principale bussola. Dovessimo quindi credere a quello che ci è stato raccontato nei giorni successivi alla vittoria di un outsider (Marco Doria) alle primarie genovesi, saremmo indotti a concludere che nella maggior parte delle votazioni chi ne esce sconfitto è il candidato del maggiore partito della coalizione. Ma i numeri raccontano tutta un’altra storia. E dicono che la regola vuole che a vincere le primarie siano soprattutto i candidati del Pd, mentre le situazioni clamorose, e proprio per questo rumorose, di Milano, Cagliari e Genova sono e restano eccezioni. 
Anche sulle eccezioni, però, è giusto dare qualche numero, tanto per essere chiari. Solo nel 10% dei 122 casi ha vinto un candidato della sinistra cosiddetta radicale (Sel, Pdci, Verdi), mentre nei casi rimanenti, pari all’11%, sono risultati vincitori quei candidati espressione della società in senso lato, che non ci spingiamo a
definire “civile” per evitare di prestare il destro a coloro che intendono questo attributo in senso valoriale. È certamente opportuno che i dirigenti del Pd si interroghino anche, se non soprattutto, sulle eccezioni e, magari, sulle modalità per prevenirle, tuttavia non si dovrebbe mai perdere di vista il quadro d’insieme. In questo quadro – e anche questo è giusto sottolinearlo – non va dimenticato che spesso sono state le (vere) eccezioni che hanno permesso al Pd e ai suoi alleati di riconquistare il governo di città che sembravano predestinate al centrodestra.
Per queste motivate ragioni, prima di mettere repentinamente mano alle regole, come ha proposto su Europa il deputato di lungo corso Giorgio Merlo (per chi, ancora, non è sazio di numeri, si tratta della quarta legislatura), sarebbe utile valutare saggiamente i possibili vantaggi e svantaggi di ciascuna possibile novità da introdurre. A nostro avviso, ma a questo punto ammettiamo di scendere sul piano dei valori, perdere nelle primarie e vincere alle elezioni è di gran lunga preferibile che vincere alle primarie ed essere sconfitti in quelle che Bersani chiama, mi auguro senza disprezzo, «secondarie». Ci permettiamo, poi, di sottoporre all’attenzione dei lettori un altro paio di numeri utili, che potrebbero servire a rimettere sui giusti binari la recente discussione sulle primarie e la presunta “sindrome tafazziana” del Pd. Dal 2004 fino all’anno scorso si sono tenute in Italia 392 elezioni primarie (di partito e di coalizione). In 48 casi (il 12% del totale) il candidato uscente e disponibile a ripresentarsi è stato sfidato, regolamento permettendo, nelle elezioni primarie. Marta Vincenzi, che doveva proprio alle primarie la sua candidatura nel 2007, non è la sola eccezione. Quel che fa eccezione è il risultato. Infatti, fra quei 48 casi solamente in una votazione su tre è stato sconfitto il candidato del Pd. Quest’ultimo punto porterebbe a discutere sulla qualità delle candidature e sulle strategie adottate dal Pd nell’affrontare le elezioni primarie. Su entrambi gli aspetti, però, ha già scritto cose giuste e condivisibili Paolo Natale (Europa, 17 febbraio), e non vale la pena tornarci sopra. C’è un solo aspetto che rimane brevemente da discutere, vale a dire quello delle possibili infiltrazioni di elettori intenzionati a inquinare, o manipolare, il risultato. Sulla base delle indagine demoscopiche che svolgiamo regolarmente nelle principali città italiane, gli “infiltrati”, cioè coloro che non provengono da nessuno dei partiti promotori delle primarie, non superano il 3-4% del totale. E, tra questa porzione di elettorato, la maggior parte di loro prende parte alla votazione non per inquinare il “gioco” delle primarie, bensì perché, sinceramente, si riconoscono in uno dei candidati al di là dell’ideologia e degli schieramenti. Domanda, forse vagamente sibillina: ma il Pd non era nato esattamente con l’intento di superare i vecchi steccati ideologici e costruire un partito “degli elettori”? Se la risposta è sì, di nuovo, si faccia attenzione alle regole che si intendono ritoccare. L’alternativa vera, a nostro modesto avviso, è tra un partito che decide di richiudersi nel suo bunker mentre fuori divampa la tempesta anti-politica e un partito, invece, che decide di aprirsi coraggiosamente verso l’esterno, sperando di ritrovare quella sintonia con la società che, di questi tempi e per molte buone ragioni, è cosa davvero rara. Ai posteri, e al Pd soprattutto, l’ardua sentenza.

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