sabato 10 marzo 2012

Primarie e sconfitte - Salvatore Vassallo su Europa

Salvatore Vassallo
La sconfitta di Palermo non può essere usata per sostenere che il Pd nazionale deve convergere al centro. Ci sono buone ragioni che spingono a considerare l’alleanza di Vasto inadeguata alle necessità del paese e alle aspettative dei nostri elettori. Basta considerare la popolarità di cui gode tra di loro il governo Monti. Ma ogni consultazione dei cittadini vale nel contesto in cui si è svolta. Semmai Palermo ci dice, al contrario, che nemmeno dai risultati di Milano o di Genova si possono trarre lezioni sulle alleanze.
La sconfitta di Palermo non può essere usata nemmeno per chiedere un congresso anticipato, per il quale non ci sono oggi i tempi. La lunga sequenza di sconfitte simili è tuttavia prodotta da due errori intrecciati di cui la segreteria del Partito democratico porta la responsabilità. Una strategia politica confusa e una contorta interpretazione delle primarie, uno strumento che diversi dirigenti vicini a Bersani hanno di volta in volta aspramente criticato, osannato, cercato di addomesticare, ma di cui fanno fatica a interiorizzare la logica.
Si ebbe un chiaro segno di quanto i due errori siano intrecciati alle regionali del 2010. Quelle nelle quali la neo-insediata segreteria del Pd andò a rimorchio in ogni regione in bilico di un alleato diverso o di un qualche massimo esponente della sua maggioranza interna. Nel Lazio, in omaggio alla autocandidata Bonino, le primarie non si fecero. Invece in Puglia si decise di mettere in discussione la ricandidatura dell’uscente, contraddicendo una dottrina solidamente condivisa dalla segreteria. Mentre nel Lazio le primarie non si fecero affatto, in Puglia si praticò, dopo averla lungamente teorizzata, la “primaria di coalizione con candidato unico ufficiale del Pd”. Si sa come andò a finire.
Per farla breve, dove sta il difetto? Nella rinuncia alla “vocazione maggioritaria” da un lato e nella pretesa
contraddittoria, dall’altro, di usare le primarie di coalizione per affermare il ruolo del gruppo dirigente del Pd all’interno del centrosinistra. Se in una città o in una regione in cui è forte di un largo consenso, il Pd ritiene d’avere il diritto e la responsabilità di esprimere l’indirizzo politico di governo, deve semplicemente avere l’onestà e il coraggio di tenere primarie di partito, nelle quali i candidati si confrontano anche riguardo alle alleanze. Peccato che nel maggio 2010, il neo-segretario Bersani volle dare priorità assoluta alle primarie di coalizione facendo anche approvare una apposita modifica dello Statuto.
Era un modo per prendere le distanze dalla vocazione maggioritaria e aprire le porte al Grande Ulivo, concepito allora come parente stretto dell’Unione. Non a caso, in quello stesso passaggio, si provò a fissare nello statuto il principio del “candidato unico ufficiale” e la derogabilità a piacere delle primarie, salvo poi derubricare la proposta a frutto di un «errore redazionale». L’equivoco sta qui e da qui vengono una parte dei problemi. Le primarie si fanno per trasferire la sovranità sulla scelta delle candidature più importanti dai gruppi dirigenti dei partiti agli elettori.
Trasformarle in una conta tra candidati delle segreterie e outsider è una contraddizione autolesionista. Tanto più quando la popolarità dei dirigenti di partito, per buone o cattive ragioni, non è alle stelle.
Il problema non sta nelle procedure ma nel modo in cui gli attori le hanno interpretate. Mi permetto dunque di dare un consiglio. Smettiamola di ritirare dal cassetto proposte insensate, fritte e rifritte sin dal 2007, come la preselezione del candidato unico ufficiale di partito o la preiscrizione degli elettori ad un albo. Si tratta peraltro, in entrambi i casi, di ipotesi seccamente contraddette dal disegno di legge a prima firma Bersani appena depositato alla camera in materia di attuazione dell’articolo 49 della Costituzione.
C’è in effetti un problema procedurale che andrebbe affrontato. In presenza di tre o più candidature di peso equivalente, c’è il rischio che le primarie siano vinte di poco, con una bassa percentuale di voti, da chi è espressione di una linea politica minoritaria. Il doppio turno è poco praticabile. Ha invece forse senso sperimentare il metodo del voto alternativo: ogni elettore può dare due voti, di cui uno di riserva, che viene usato se il candidato preferito è fuori gioco e se nessun altro ottiene almeno il 40% dei voti. A Palermo, ad esempio, sarebbero state determinanti le seconde preferenze degli elettori di Faraone.
Il vincitore sarebbe stato più legittimato, forse la distanza tra il primo e il secondo sarebbe stata meno sottile, sarebbero stati meno densi i veleni. Avremmo anche capito meglio se era prevalente tra gli elettori la domanda di cambiamento, anche generazionale, oppure una scelta di carattere politico, pro o contro Lombardo.

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