giovedì 8 marzo 2012

Quei laureati senza lavoro - Chiara Saraceno su Repubblica

In Italia i giovani sono pochi e meno scolarizzati che negli altri paesi avanzati. La percentuale di laureati nella fascia di età 25-34 anni è del 20 per cento: la metà di quel 40 per cento individuato dalla Commissione Europea come obiettivo strategico da raggiungere entro il 2020 e anche largamente al di sotto della media del 37 per cento dei paesi Oecd. Eppure, i giovani laureati italiani hanno molte difficoltà a trovare un lavoro una volta terminati gli studi. 
Se lo trovano, spesso non corrisponde alle competenze acquisite, è precario ed è pagato poco. Rispetto ai loro coetanei europei, il loro titolo di studio ha un´efficacia più bassa sul piano sia della congruenza con il lavoro che svolgono sia della remunerazione. Non stupisce quindi che molti laureati italiani vadano all´estero per vedere meglio valorizzata la formazione ricevuta e che molti (oltre il 40%) siano disposti a farlo ove se ne presentasse l´occasione. Non ci sarebbe da preoccuparsi di questa emorragia di capitale umano e della conseguente perdita dell´investimento di risorse pubbliche che ne deriva, se la società italiana fosse capace di attrarre un numero equivalente di giovani qualificati. 
Ma così non è, per gli stessi motivi che spingono i giovani italiani a cercare altrove ciò che non trovano qui. Questa scarsa valorizzazione dei giovani con alta formazione da parte delle imprese italiane è tra le cause della mancata competitività della nostra economia. Ha radici lontane, ma sta diventando particolarmente critica oggi. 
Getta anche un´ombra sui continui richiami ad una maggiore formazione e alla formazione ricorrente come strumenti principe di protezione dalla disoccupazione in un mercato del lavoro flessibile. L´Italia è infatti tra i pochi Paesi europei in cui già dal 2004 c´è stata una riduzione della quota di occupati nelle professioni ad alta specializzazione, con una accentuazione del fenomeno negli anni della crisi, in controtendenza con quanto è avvenuto altrove. L´ultimo Rapporto Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati (triennali,
specialistici, di vecchio tipo) a uno, tre, cinque e dieci anni dalla laurea segnala, in particolare, come rispetto non solo allo scorso anno, ma anche a quelli precedenti siano peggiorate sia le condizioni di occupabilità, sia quelle di stabilità, sia infine di remunerazione. È infatti aumentata la disoccupazione a un anno dalla laurea, insieme alla instabilità dei rapporti lavoro.
È un fenomeno che riguarda sia i laureati triennali, che gli specialisti che quelli con la vecchia laurea. E coinvolge ogni tipo di laurea, anche quelle più forti (ingegneria, economia). Se il tasso di occupazione e di stabilità aumenta man mano che passano gli anni dalla laurea, ciò avviene in misura inferiore rispetto a dieci anni fa. I salari già bassi, comparativamente, dei giovani laureati italiani, sono inoltre diminuiti sia a livello nominale, che soprattutto in termini reali, di potere d´acquisto: il 7-8% complessivo nell´ultimo triennio. In questo progressivo peggioramento del valore dell´investimento in alta formazione, vanno segnalati due ulteriori aspetti negativi. 
Il primo riguarda le disuguaglianze tra uomini e donne, che si sono accentuate per quanto riguarda sia i salari (con un differenziale arrivato al 28,7%) sia la disoccupazione. Stante che si è viceversa ridotto il divario nei tassi di occupazione, l´aumento di quello nei tassi di disoccupazione indica che sono diminuite le differenze tra uomini e donne per quanto riguarda la partecipazione al mercato del lavoro. Tuttavia le donne, anche se laureate, continuano ad avere più difficoltà dei loro colleghi maschi a trovare un´occupazione, anche precaria e malpagata. Un secondo elemento di preoccupazione riguarda l´aumento del divario tra Centro-Nord e Mezzogiorno, sia sul piano della occupazione che dei salari. 
Ciò provoca una mobilità in uscita dal Mezzogiorno, verso il Nord o l´estero, che, in mancanza di flussi inversi, costituisce per queste regioni una pura perdita di risorse umane altamente qualificate, con conseguenze intuibili sulle possibilità di sviluppo. Complessivamente questi dati segnalano uno spreco sistematico di risorse e capacità che non può essere liquidato con qualche battuta infelice su bamboccioni, sfigati, amanti del posto fisso e simili.

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