lunedì 12 marzo 2012

Se cento giorni vi sembrano troppi - Eugenio Scalfari su Repubblica

Lo "spread" è quasi dimezzato rispetto a tre mesi fa, ma c'è anche chi scrive (Guido Gentili sul "24 Ore" di venerdì scorso) che uno "spread" a livelli pericolosi dava al governo Monti l'energia dell'emergenza e imponeva ai partiti di appoggiarlo senza riserve, mentre il recupero di una quasi normalità finanziaria allenta i vincoli della strana maggioranza esistente rendendo più fragile la tenuta del governo.
Questa riflessione è paradossale ma come tutti i paradossi contiene una parte di verità. Alcune fastidiose gaffe di ministri e di sottosegretari e alcuni drammatici episodi in Nigeria e in India hanno nei giorni scorsi dato la stura a critiche e ad uno scollamento evidente nel rapporto tra i partiti e il governo. La recessione in corso ha accentuato il malessere di molte categorie. Il movimento No-Tav è diventato una sorta di distintivo unificante per tutti gli scontenti d'Italia e la Fiom una sorta di sindacato-partito all'insegna del solito articolo 18.
Infine il "dopo Monti" e l'avvicinarsi delle elezioni amministrative del 6 maggio hanno risvegliato i partiti dal lungo letargo in cui sembravano caduti. Cresce l'insofferenza verso la "dittatura" dei tecnici ai quali si guarda come una necessaria sospensione della democrazia parlamentare, che dovrà comunque cessare nella primavera del 2013. Accenti di questo tipo sono anche contenuti nel "manifesto" dell'associazione "Libertà e Giustizia" che sarà illustrato domani a Milano da Gustavo Zagrebelsky.
Mettete insieme tutti questi disparati elementi e avrete una miscela che può produrre esiti imprevedibili e preoccupanti proprio nel momento più delicato della politica italiana. Tre mesi fa eravamo sul ciglio di un baratro, la credibilità del nostro Paese era scesa sotto il livello dello zero, dalla finanza e dalla tenuta del debito pubblico emergevano sinistri scricchiolii; la recessione dell'economia reale era già evidente e così pure il malessere sociale dei ceti più deboli, delle famiglie e del Mezzogiorno. Il Nord dal canto suo aveva cessato
da tempo di "tirare" ed anzi avvertiva un disagio sociale crescente. Questa era la situazione fino al novembre del 2011 e questo spiega il sollievo e il plauso pressoché unanime con cui fu accolta la decisione di Napolitano di dare a Monti la responsabilità di salvare l'Italia da un avvitamento irreversibile incombente.
L'operazione è riuscita per metà. In cento giorni. Piacerebbe chiedere ai tanti critici che ora sbucano a destra a manca in quali altre occasioni nella storia del nostro Paese situazioni di analoga gravità sono state contenute e avviate a soluzione in così breve lasso di tempo. Io non ne ricordo altre. Si può a giusto titolo rievocare quella compiuta dal governo Ciampi nel 1993, con una differenza però tutt'altro che trascurabile: la grave crisi di allora era soltanto italiana; quella di oggi è mondiale ed è in corso da quattro anni. Ciampi compì il miracolo in un anno con un governo che, per nascita e composizione, somiglia molto da vicino a quello attuale. Fu anche quello - come i critici di oggi ripetono ossessivamente parlando dei tecnici - un sequestro della democrazia?
Il governo Ciampi scrisse la parola fine alla partitocrazia e alla corruttela pubblica che l'aveva accompagnata. Il governo Monti ha messo la parola fine al populismo dell'era berlusconiana. Ma - lo ripeto - ci troviamo oggi al centro della più grave crisi economica e politica degli ultimi cent'anni. L'Italia è stata fino a un mese fa al centro di questa crisi perché le dimensioni del nostro debito pubblico sono tali che un suo "default" avrebbe fatto saltare in aria l'euro e quindi l'intera Europa creando un terremoto di dimensioni planetarie. In cento giorni siamo usciti da questa situazione ma non per questo la crisi è conclusa. Siamo nel bel mezzo di una recessione che durerà almeno un anno. La crescita è indispensabile. Ora ne è convinta perfino la Merkel e soprattutto il suo ministro delle Finanze, come risulta chiaramente dall'intervista che appare oggi sulle nostre pagine. Non si ottiene crescita con la bacchetta magica ma predisponendo un quadro ampio di liberalizzazioni e di incremento della concorrenza, modificando in senso federale la "governance" europea e mettendo in sicurezza i debiti sovrani. Si ottiene, per quanto riguarda l'Italia, detassando il costo del lavoro e incoraggiando la domanda interna, le esportazioni e gli investimenti.
Una responsabilità primaria grava, a questo proposito, sugli imprenditori. Nello scorso decennio molti imprenditori hanno smesso di investire; hanno sospeso l'ammodernamento degli impianti, hanno prolungato i loro ammortamenti, non c'è stato investimento per nuovi prodotti né per nuovi modi di produrli, le scorte sono state limitate al minimo indispensabile e così pure il capitale circolante. La produttività si è concentrata quasi esclusivamente sul costo del lavoro, favorendo l'occupazione precaria a bassissimo costo. Questo è stato il comportamento medio della nostra imprenditoria e da questo punto di vista la Fiat di Marchionne ne è stato l'esempio più radicale.
Il processo di crescita è appena avviato e sarà lungo perché il rigore è doloroso ma rapido, il recupero di un decente benessere è complicato e richiede partecipazione e tenace e continuativo sforzo. Per questa ragione le forze politiche che sostengono il governo dovrebbero aumentare e non certo diminuire il loro appoggio almeno fino alla fine della legislatura. Se basterà.
Quello che accadrà dopo non è prevedibile, salvo su una questione: chi pensasse che il dopo debba riagganciarsi al prima è fuori tema e fuori tempo. Il prima, cioè la seconda Repubblica, fu dominato dal populismo. Oggi quella fase è definitivamente chiusa, ma la nuova non è ancora cominciata. Il governo Monti ne sta creando le pre-condizioni. Spetterà alle forze politiche costruirne l'architettura cominciando dal primo mattone: una nuova legge elettorale (e la diminuzione del numero dei parlamentari che con quella legge è inevitabilmente collegato). La nuova legge dovrebbe soddisfare quattro esigenze: abolire il premio di maggioranza, restituire agli elettori la possibilità di scegliere gli eletti, evitare un eccessivo frazionamento della rappresentanza, favorire l'esistenza di governi di legislatura.
Il Pd sembra unanime su questi obiettivi come risulta dalle recenti interviste di Bersani, Veltroni, D'Alema, Enrico Letta e Franceschini. L'Udc sembra anch'essa disponibile. Anche Alfano converge su queste posizioni, ma qui nasce una questione che riguarda l'esistenza stessa del Pdl: come reggerà quel partito alle prossime amministrative? Il 6 maggio lo sapremo, ma se andassero come i sondaggi sembrano prevedere, un'implosione del Pdl non è affatto da escludere, con ripercussioni sull'intero quadro politico. Il "dopo Monti" è dunque ancora avvolto da fitta nebbia, ma una cosa è certa: non si può parlare del "dopo Monti" mettendo a rischio l'azione del Monti in carica. L'amplificazione delle critiche e dei disagi che fanno parte non eliminabile del processo in corso sono comportamenti irresponsabili, dettati nel migliore dei casi da ingenuità e nel peggiore da esibizionismo e ricerca di posizionamento per un futuro del quale non si conoscono neppure i lineamenti. Questo è ancora il momento del "senza sé, senza ma". Vale per tutti e vale anche per il governo e per il suo modo di comunicare che francamente non brilla per sagacia.
Post scriptum. 1) Ieri il circuito mediatico ha dato largo spazio ad un comunicato dell'Istituto che rappresenta i possessori dei certificati di assicurazione contro il default di un debito sovrano. L'interpretazione di quel comunicato, fatta propria anche dalle agenzie di rating Moody's e Fitch, è stata che lo Stato greco è fallito nonostante le dichiarazioni positive del governo di Atene e dell'Unione europea.
Le cose stanno così: le banche creditrici del governo greco hanno deciso di accettare in pagamento dei titoli greci in scadenza da loro detenuti nuovi titoli di più lunga durata e ad un modesto tasso di interesse con un taglio del 53 per cento del valore nominale. Si sono cioè addossate una perdita di quell'entità, che arriva di fatto al 70 per cento calcolando il basso livello delle cedole e la più lunga durata dei nuovi titoli. Sulla base di questa operazione la Grecia ha dimezzato l'ammontare del suo debito sovrano ed ha ricevuto l'aiuto europeo fino a 130 miliardi di euro. Il governo greco ha imposto un accordo analogo ai privati creditori che non hanno volontariamente aderito all'accordo con le banche. L'ammontare stimato di questo gruppo di creditori dissenzienti sarebbe di 3.5 miliardi. Sulla base di questa decisione forzosa l'istituto competente ha dichiarato liquidabili le polizze di assicurazione stipulate a suo tempo contro il default del debito greco.
Questa è la situazione. Se ridurre del 53 per cento il valore del debito equivale a fallimento, allora lo Stato greco è certamente fallito. Ma poiché quello Stato continua ad emettere titoli, a collocarli nelle banche e nel pubblico, a pagare stipendi e fornitori, insomma ad esistere all'interno del sistema monetario dell'eurozona, evidentemente non c'è fallimento ma c'è un concordato con i creditori. Durerà? Il futuro è sempre incerto ma l'esistente è comunque meno preoccupante di prima.
2) Leggo su alcuni giornali ("Il Manifesto, "Il Fatto Quotidiano") che il movimento anti-Tav e la Fiom aumenteranno la loro pressione e la loro forza fino a produrre una svolta. Non si capisce in che cosa consista questa svolta, descritta come decisiva. Sottoporre a referendum ogni opera pubblica? Mettere in crisi questo governo e sostituirlo con un altro? Quale? Oppure abolire governo e Parlamento e creare una Repubblica referendaria? C'è un Palazzo d'Inverno da invadere? Uno zar da abbattere? Un soviet da installare a Montecitorio?

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