martedì 27 marzo 2012

Spiriti animali e articolo 18 - Michele Prospero su L'Unità

Attorno all’articolo 18 si stanno combattendo infuocate battaglie. C’è chi, come Giuliano Ferrara, riconosce senza infingimenti la chiara valenza ideologica della riforma varata dal governo e, dalla sua ottica, si compiace per il grande ritorno in scena degli spiriti animali del capitalismo. Spiriti propedeutici al risveglio di una disordinata ma alluvionale crescita. Altri commentatori invece si scherniscono e con degli ipocriti appelli ad abbassare il richiamo simbolico del contendere, tra le righe, squadernano degli stereotipi conditi con una pura salsa ideologica.
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera esalta l’impatto storico di audaci politiche capaci di aggredire proprio i simboli e contribuisce alla nobil causa con argomenti spuri, che faticano a conferire una apparenza di realtà agli assiomi traballanti. Dopo il decreto di Craxi sulla scala mobile, che egli assume come lo splendido precedente della rapida demolizione dei simboli nemici, l’Italia non ha affatto risolto i suoi problemi strutturali. Ha anzi raddoppiato, in meno di dieci anni, il debito pubblico, che oggi incombe come una clava. Il limite di questi soprassalti ideologici, che indossano la maschera di una modernità inflessibile che deve estirpare i poteri di veto, è che, alla prova dei fatti, non funzionano.
Le litanie della serie «non ce lo possiamo più permettere con i vecchi diritti» possono combinare grossi pasticci. L’idea che con il viaggio in oriente si possa davvero vendere ai mercati l’immagine edificante di un Paese in cui non si inventano nuovi prodotti ma molto più facile è diventata l’arte sublime di licenziare, non rende giustizia della superba capacità di calcolo degli agenti di mercato, e sottovaluta anche la loro prontezza nello schivare le piccole astuzie mediterranee. Non sono affatto sciocchi gli investitori che dirottano ingenti capitali nelle grandi democrazie nordiche, dove si incontra più Stato, più sindacato, più servizi pubblici, insomma più qualità della vita.
I capitali, che non sono mica sprovveduti, si fidano della più solida Germania ultra sindacalizzata o dell’Olanda dalle consolidate garanzie, sono attratti sino all’inverosimile dai Paesi nordici, quelli con i
migliori, e irraggiungibili, indici di sviluppo umano. Gli speculatori, che acquistando titoli di Stato in Paesi in bilico mirano a incassare in fretta i ricavi dei tassi usurai, possono certo brindare ai licenziamenti agevolati, forieri di una sicura recessione e quindi di benedetti guai permanenti. Non certo analogo è però il canone invalso tra gli investitori che hanno bisogno semmai di una elevata qualità della manodopera, di più sofisticate tecnologie, di efficienti infrastrutture, insomma di generali condizioni di coesione e di relativa pace sociale.
Già, la coesione, la codeterminazione: altrove sono il segreto della produttività. In Italia si sono invece convertiti, per una furia ideologica, in un ostacolo allo sviluppo, da rimuovere, si dice, annichilendo il potere di veto dei sindacati. Si allude forse all’accordo estivo all’insegna della responsabilità nazionale che costò una pioggia di bullonate a Trentin? O si pensa alla concertazione, accompagnata da ingenti sacrifici, orchestrata con il governo Ciampi, pur di entrare in Europa? O alla recente riforma delle pensioni? Affibbiare un deteriore potere di veto alla Cgil, esclusa dalle grandi fabbriche, in aperto dispregio dei principi basilari della rappresentanza, ed estromessa dagli accordi separati siglati per anni a Palazzo Chigi, è davvero un falso storiografico.
È del tutto insensata l’aggressione revanscista ai fondamenti materiali della Repubblica, ordinata per adeguare la vetusta Costituzione di carta alla durezza dei nuovi rapporti di dominio. La velleità di sostituire, quale fonte di legittimazione dei poteri, la sbiadita carta del 1948 con la lucente lettera estiva redatta dalla Bce provocherà solo delle sciagure. La formula insulsa «L’Europa ce lo chiede» è una mina accesa e pronta a deflagrare. Alla lunga, con l’oblio dei diritti del corpo che lavora, non è possibile neppure la crescita in Paesi a tradizione democratica. Il nuovo sistema politico non può affatto sorgere nell’arido deserto che brucia antichi diritti.
Quella che Panebianco chiama con disprezzo la costituzione materiale è solo un amalgama ben riuscito (tra l’homo singulus liberale, il civis democratico, la persona cristiana e il socius marxista) che ha garantito la modernizzazione del Paese. Nessuno può permettersi di dipingere come malati di corporativismo i lavoratori che in modo spontaneo escono dalle fabbriche e marciano uniti nelle loro diverse bandiere, con orgoglio sventolate contro la castrazione dell’articolo 18. Dopo i tecnici? Un Paese ancora in piedi, solo se non ci sarà la solitudine politica del mondo del lavoro.

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