giovedì 1 marzo 2012

Tav, parliamo solo del come - Alessandro Bianchi su Europa

È certamente difficile parlare della vicenda Tav mentre una persona è in fin di vita a causa degli incidenti che sono avvenuti in questi giorni. Il primo pensiero e la prima preoccupazione non possono che andare a quella persona, unitamente all’auspicio che il confronto delle idee e delle posizioni, per quanto duro e intransigente, non debba più avere conseguenze simili. Ciò detto vedo che sulla questione della linea ferroviaria ad alta velocità/capacità Torino- Lione, si continuano a dire (e fare) cose a volte demagogiche, a volte sbagliate, a volte semplicemente prive di senso. Ne indico due tra quelle ripetute più di frequente in questi giorni.
La prima è che si tratta di un’opera inutile e dannosa, dunque non va fatta. Per quel che riguarda l’inutilità, è un giudizio sbagliato alla radice. Dopo infinite discussioni e valutazioni in sedi nazionali e internazionali, è ormai da tempo maturato il convincimento che si tratta di un opera essenziale all’interno del cosiddetto “Corridoio 5”, quello che collegando Lisbona con Kiev costituirà una dei rami portanti della rete ferroviaria europea per i prossimi cento anni.
Certo si può decidere di non far passare questa direttrice lungo la linea Torino-Trieste, favorendo l’alternativa di percorso al di là delle Alpi. Ma bisogna essere consapevoli che questo significa autoescludersi dal sistema delle relazioni e degli scambi commerciali dell’Europa futura. Una scelta miope e da tempo scartata.
Quanto alla dannosità, vorrei ricordare che durante il governo Prodi II è stato fatto (anche da chi scrive) un intenso lavoro – in continuo contatto con i rappresentanti delle comunità locali – proprio per eliminare gli aspetti di maggiore impatto connessi all’opera. Da quel lavoro sono derivate notevoli modifiche di tracciato
rispetto a quello previsto dal progetto iniziale di Fs. Con l’attuale tracciato – e con opportuni interventi di inserimento ambientale – l’opera risulterà sostenibile al pari di molte opere analoghe nel resto d’Europa.
Vorrei poi far notare a chi propone di usare l’attuale ferrovia come sede dell’alta velocità/capacità, che questo significherebbe vedere passare nei centri abitati attraversati da quella ferrovia, un treno circa ogni sette minuti: un impatto niente male.
Il secondo argomento che si sente ripetere è che le manifestazioni in corso sono espressione di un sentire diffuso tra la popolazione della vallata interessata, un sentire al quale bisogna dare ascolto, una popolazione con cui si deve dialogare ascoltandone le ragioni. Niente di più giusto, a patto di escludere dall’ascolto e dal dialogo quelle componenti che nulla hanno a che vedere con i valligiani e che, per lo più, sono quelle che alimentano le manifestazioni di violenza.
Fatto questo nessuno può fingere di non sapere che questo ascolto e questo dialogo è proseguito per anni e in molte sedi, sia a livello centrale che locale, soprattutto grazie all’imponente lavoro svolto dall’Osservatorio diretto dall’architetto Virano, di cui sono testimonianza gli scritti e gli studi che tutti possono consultare (anche on line) e dai quali emerge un ascolto e un dialogo con la popolazione e le amminstrazioni locali che, per durata e per ampiezza, non ha eguali in circostanze similari.
Questo lavoro sembra essere stato rimosso e, come fosse un gioco, si tornano a chiedere cose già fatte e percorsi già praticati. Ma questo non è un gioco, è una cosa molto seria che sta compromettendo la credibilità del paese in ambito europeo, sta mettendo a rischio finanziamenti ingenti e, per tornare a quanto già detto, può tagliare fuori l’Italia dalla rete delle relazioni tra l’Ovest e l’Est del continente europeo. Un problema, dunque, di dimensione nazionale non valligiana.
Prendendo atto di tutto questo si deve ancora discutere con la popolazione locale? Certamente sì, perchè il dialogo non deve essere interrotto e, anzi, si dovrà prolungare fino al completamento dell’opera. Ma bisogna farlo sapendo che il dialogo può riguardare il “come” realizzare al meglio l’opera, non il “se” realizzarla che non è più un tema in discussione e che tutti, con un minimo di onestà intellettuale, dovrebbero evitare di riproporre.

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