martedì 27 marzo 2012

Una questione di serietà - Sergio Romano su Corriere della Sera

Si è molto parlato, dopo la formazione del governo Monti, di abdicazione, sospensione o sconfitta della politica, e si è persino detto che la semplice esistenza di un ministero tecnico rappresentava uno strappo alla democrazia. Abbiamo sentito queste affermazioni anche negli scorsi giorni, dopo l'approvazione della riforma del mercato del lavoro. Ma si è dimenticato che questo governo non ha mai avuto i pieni poteri, ha fatto leggi grazie al voto del Parlamento e ha potuto contare, bene o male, sull'appoggio di una grande coalizione che ambedue gli schieramenti, anche se in momenti diversi, avevano già ripetutamente auspicato. I politici sono usciti da Palazzo Chigi e dai ministeri romani, ma le leve del potere sono rimaste, in ultima analisi, a Montecitorio e a Palazzo Madama. Ce ne siamo accorti quando, dopo la riduzione degli spread , i partiti sono usciti, forse troppo presto, dal prudente riserbo delle settimane precedenti e hanno considerevolmente modificato il testo del decreto sulle liberalizzazioni. Avrebbero potuto farlo se il governo tecnico avesse avuto il potere di gestire gli affari della Repubblica in stato d'eccezione sino alla prossima tornata elettorale?
Per dimostrare che la politica non era stata esautorata i tre maggiori partiti avevano del resto una straordinaria occasione. Potevano approfittare di questa breve vacanza per accordarsi su un pacchetto di riforme costituzionali che avrebbe eliminato tra l'altro la paralizzante servitù del bicameralismo perfetto e permesso agli italiani di andare al voto con una legge meno iniqua e deformante di quella con cui abbiamo eletto le Camere nelle due ultime elezioni. Sembrava che il lavoro comune stesse dando qualche discreto risultato e che ciascuna delle parti fosse disposta a raggiungere una posizione comune, quando il processo sembra essersi inceppato. Sono bastate le divergenze sul percorso parlamentare della riforma Fornero (decreto o disegno di legge) e la vicinanza delle elezioni amministrative perché i partiti ridiventassero litigiosi
e miopi, vale a dire più inclini a vedere le scadenze vicine piuttosto che il futuro istituzionale della nazione.
Questo, non la formazione di un governo tecnico, sarebbe il vero fallimento della politica nazionale. La legge elettorale è un errore da correggere. Aumenta il potere delle segreterie dei partiti e diminuisce quello degli elettori. Può creare maggioranze non soltanto sproporzionate e artificiali, ma anche fragili ed effimere. Vi sono riforme, come la riduzione del numero dei parlamentari e l'attribuzione di diverse competenze a ciascuna delle due Camere, che il Paese attende da almeno trent'anni e che le riforme federaliste dell'ultimo decennio hanno reso indispensabili. È possibile immaginare che il Paese torni al voto fra dodici mesi con un sistema che ha esasperato gli elettori e creato governi inefficienti? È possibile che la classe politica corra il rischio di spingerci ancora una volta verso una crisi che ha costretto il presidente della Repubblica a promuovere la formazione di un governo d'emergenza?
Se cercheranno di attribuirsi a vicenda le responsabilità di un tentativo fallito e di una riforma ancora una volta rinviata, i partiti politici avranno raggiunto un solo risultato: quello di dare fiato alla rabbia dell'anti politica e di regalare voti a coloro che non hanno partecipato al tentativo riformatore delle scorse settimane. Non oso chiedere a questi partiti di fare l'interesse dell'Italia. Mi limito a suggerire che tengano almeno conto dei loro interessi.

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