domenica 29 aprile 2012

Articolo 18, il vero dualismo è delle imprese - Franco A. Grassini su Europa

Le modifiche che il governo intende apportare al mercato del lavoro hanno sollevato molte polemiche tra chi le ritiene essenziali per ridurre il precariato e rilanciare l’occupazione e chi le considera una violazione dei diritti fondamentali dei lavoratori. Pochi, o forse nessuno, si sono posti il problema dell’impatto diverso che le nuove regole possono avere sulle imprese in funzione delle caratteristiche che esse hanno. Perché in Italia abbiamo un dualismo industriale considerevole cui non si presta attenzione.
Tale dualismo non è solo funzione delle dimensioni e del settore di appartenenza, ma in larga parte dipende dalla storia aziendale e dalle caratteristiche dell’imprenditore. Né si limita alle radicali diversità tra sommerso e legale. Se cerchiamo di guardare quali siano le imprese per le quali il costo e la rigidità del lavoro rappresentino realmente fattori di competitività e condizione di sopravvivenza, non è difficile rendersi conto che tali sono quelle che producono beni tradizionali per i quali c’è una forte concorrenza da parte dei paesi emergenti nei quali i salari sono veramente esigui. Quasi sempre queste aziende non esportano.
Per le imprese che hanno innovato nei modi di produzione, nei mercati e nei prodotti, il problema del costo del lavoro non è un fattore determinante del loro successo. Anzi, di frequente i loro salari sono migliori di quelli previsti dai contratti collettivi perché lavoratori soddisfatti, collaborativi e capaci di formulare suggerimenti su come migliorare metodi di lavoro o prodotto sono un punto di forza.
Il problema grave è che nessuno sa quante siano le imprese che appartengono all’uno o all’altro dei tipi delineati. Molto di recente il presidente di un’associazione di industriali veneti ha detto che nella sua zona metà delle imprese vanno bene, metà vanno male e di queste ultime il 50 per cento non riuscirà a sopravvivere alla crisi. È molto probabile che con qualche modesta variazione tale stima possa applicarsi su scala nazionale.
Ed è anche pensabile che non vi sia corrispondenza tra il numero delle imprese e la relativa occupazione. Di norma sono quelle piccole a non riuscire ad esportare e a rimanere nei settori tradizionali. Anche se meno, auspicabilmente molto meno, di un quarto dell’occupazione è a rischio, il problema è grave. Non è che lo si
possa risolvere lasciando che le imprese interessate possano continuare a farvi fronte con mezzucci come varie forme di precariato.
Probabilmente la strada da percorrere è quella che aveva indicato lo scorso anno la Bce quando, nella famosa lettera che il governo Berlusconi si era impegnato a tradurre in pratica, scriveva: «C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi a livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione».
Si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione perché scardinerebbe tradizioni e forze in campo. La vera questione è se la stessa debba aver luogo in modo disordinato perché imposto dai mercati (per una volta non da quelli finanziari) o se forze politiche e sindacali vogliano affrontare realisticamente la situazione.

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