giovedì 5 aprile 2012

Bersani conquista il centro del ring - Rudy Francesco Calvo su Europa

Un po’ di nervosismo nei momenti più delicati c’è stato. Ma la concertazione e il ruolo preminente dei partiti per il segretario del Pd sono due tasti molto delicati. Episodi che, comunque, non hanno distolto Pier Luigi Bersani dalla linea chiara, ferma e unitaria tra i dem che si è rivelata vincente. «Quell’articolo non sarà scritto con la mia penna – ha spiegato ieri sera Bersani – ma c’è un passo avanti importantissimo». Soprattutto per quanto riguarda il fatto che l’onere della prova in caso di un licenziamento per motivi economici ritenuto illegittimo non sarà a carico del lavoratore, ma dell’impresa. «Ora cominciamo a far lavorare il parlamento, noi siamo pronti a dare una mano seria per migliorare queste norme in maniera rapida. Ma – avverte Bersani – io non metterei davanti la questione di fiducia». Il segretario del Pd ha lasciato la palla ai sindacati, limitandosi a un ruolo di mediazione tra questi e il governo, finché i contatti tra loro sono andati avanti. All’indomani della chiusura infruttuosa della trattativa, Bersani ha preso in mano la situazione, nel momento che sembrava più difficile. 
Il 21 marzo, in prima serata davanti alle telecamere di Porta a porta, il leader dem ha piantato quei paletti che accompagneranno la posizione sua e del Pd fino al megavertice notturno di martedì a palazzo Chigi. L’esecutivo presenterà la riforma sotto forma di un decreto? «Credo che non possa esistere in natura». E il decreto non c’è stato, avendo preferito il governo la strada del disegno di legge “salvo intese”. Il premier considera il testo blindato? «Non penso che Monti possa dire al Pd prendere o lasciare. Non mi aspetto che lo faccia, è chiaro che noi votiamo quando convinti, bisogna ragionare con noi». Il presidente del consiglio, effettivamente, non ha mai dimostrato di voler presentare un pacchetto chiuso alla sua maggioranza, mantenendo un atteggiamento ben diverso da quella semplice «consultazione» concessa alle forze sociali. Nei giorni successivi, Bersani mette a tacere anche le voci riguardo al rischio di una crisi di governo
(«Cerchiamo di stare belli calmi») e alle spaccature interne al Pd: «Lasciate perdere le spaccature del Pd – è l’invito del segretario ai giornalisti – che poi siete smentiti tutte le volte».
Appunto: in direzione la parola d’ordine, col copyright dalemiano, è stata “libro Cuore”. Non che tra i dem non si fossero registrate effettivamente posizioni divergenti, tra i nyet soprattutto di Giovani turchi, Damiano e D’Antoni, da una parte, ed Enrico Letta che, dall’altra, garantiva un «ovvio sì» dei dem alla riforma in parlamento. Come si è arrivati dunque al clima unitario (almeno stavolta, sinceramente unitario) registrato in direzione? Lo spiega Giorgio Tonini: «Un partito maturo accetta la discussione, riconoscendo la cittadinanza anche alle idee della minoranza, che possono essere anche buone idee. In passato non è stato sempre così, ma stavolta questo si è verificato. 
Poi Bersani è stato bravo ad aver tenuto la linea decisa da tutto il partito». L’augurio dell’esponente di MoDem è che «questo metodo, più tolleranti nella discussione per essere più unitari nella decisione, possa ripetersi anche nel futuro, aiutando il Pd a fare un importante salto di qualità».

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