venerdì 6 aprile 2012

Contro la crisi ci vuole meno crescita e più cultura umanistica - Claudia Consolini su Articolo 21

L’imperativo della crescita nell’era della globalizzazione, la necessità di “misure drastiche e impopolari” da parte dei governi delle cosiddette democrazie occidentali per far fronte ai “falchi” del deficit che si aggirano tra i mercati finanziari e allontanare lo spettro del fallimento delle economie, il mantra della “flessibilità” cruciale per attrarre investimenti, rilanciare lo sviluppo e rendere le economie più competitive.
Questo è ciò che leggiamo, quotidianamente, sui giornali come spiegazioni valide ed attendibili, da parte di economisti, giornalisti ed esperti di politica economica di turno, che dovrebbero aiutare a sbrogliare l’intricata matassa delle informazioni che giungono ai cittadini al fine di permettere di relazionarsi con il mondo che li circonda e dare un senso al presente ed alle prospettive future.
Ma “i cittadini non possono relazionarsi bene alla complessità del mondo che li circonda soltanto grazie alla logica e al sapere fattuale. La terza competenza del cittadino, strettamente correlata alle prime due, è ciò che chiamiamo immaginazione narrativa! Vale a dire la capacità di pensarsi nei panni di un’altra persona, di essere un lettore intelligente della sua storia, di comprenderne le emozioni, le aspettative e i desideri. La ricerca di tale empatia è parte essenziale delle migliori concezioni di educazione alla democrazia, sia nei paesi occidentali sia in quelli orientali. Buona parte di essa deve avvenire all’interno della famiglia, ma anche la scuola e addirittura il college e l’università svolgono una funzione importante. Per assolvere a questo compito, le scuole devono segnare un posto di rilievo nel programma di studio alle materie umanistiche, letterarie e artistiche, coltivando una partecipazione che attivi e perfezioni la capacità di vedere il mondo attraverso gli occhi di un’altra persona”.
Questa lunga citazione è tratta dal saggio di Martha Nussbaum (nella foto) “Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica”. La tesi fondamentale sostenuta dalla filosofa
statunitense che insegna Law and Ethics all’Università di Chicago, è che l’istruzione e la formazione di ogni singolo cittadino sono tra i fattori più importanti dello sviluppo di una intera economia. Massima esponente del filone dell’”economia della felicità” insieme ad Amartya Sen, è una donna che pone al centro della sua riflessione filosofica la necessità di un progetto di educazione nazionale come condizione indispensabile per far avanzare il processo di sviluppo di un Paese.
La Nussbaum, nel suo recente libro “Creare capacità”, ci spiega, inoltre, come liberarci dalla dittatura del Pil, dove i singoli cittadini sono esclusivamente assoggettati alle leggi pure e semplici dell’economia: il Pil pro capite non è ormai più in grado di rappresentare un buon misuratore rispetto ai molti fattori che concorrono a creare sviluppo ed è per questo che la professoressa propone un nuovo approccio di sviluppo umanistico, lo “Human Development Approach, noto anche come “Capabilities Approach” che si concentra invece su quello che i componenti di una popolazione sono capaci di fare e di essere, veramente. Si tratta di un nuovo paradigma che concentra l’attenzione su ogni singolo cittadino e sulle opportunità di cui dispone realmente in termini di educazione, istruzione, diritti, salute e longevità.
Sono questi i fattori che, insieme, ci offrono il vero stato di salute e benessere di un Paese, dice la Nussbaum. E come possono le istituzioni nazionali sviluppare le capacità dei loro cittadini? La Nussbaum ci offre la sua ricetta: “le capacità di ognuno di noi consistono in competenze non già innate ma sviluppate nel corso del tempo, sono il risultato del sistema di educazione nazionale. L’educazione dovrebbe sviluppare non soltanto competenze utili sotto il profilo economico, ma anche abilità come il pensiero critico, la capacità di immedesimarsi nella situazione degli altri, la comprensione dell’economia globale e della storia del mondo. Infine, c’è un’altra sfera delle capacità da creare secondo la filosofa statunitense: parlo di capacità combinate, e sono più che competenze: vale a dire opportunità reali che esistono esclusivamente quando il governo e il sistema legale di una nazione le rendono concretamente possibili e permettono davvero agli individui di scegliere come agire”.
La Nussbaum si riferisce alle reali occasioni di impiego, alle leggi che tutelano i lavoratori da ogni tipo di discriminazione e sfruttamento nei luoghi di lavoro, alle norme che proteggono e salvaguardano la salute e la sicurezza dei cittadini, alle disposizioni in materia di qualità ambientale.
Paolo Cacciari scrive su questo giornale che “la crescita” è il nuovo falso mito e tutti sanno in cuor loro che non ci potrà più essere (almeno in questa parte del mondo e nelle misure promesse), ma oramai è intesa e funziona come fattore sociale disciplinante: se non lavori di più a più buon mercato e con meno tutele sei nemico dell’“interesse generale”. “La crescita è il nuovo patriottismo che dovrebbe mobilitare le masse nella guerra competitiva tra le diverse aree economiche del pianeta globalizzato dal capitale finanziario”.
Bisognerebbe, allora, mobilitare gli individui verso un nuovo approccio non più orientato solo dalle logiche della cultura mercatista, ma che abbia invece davvero cura della complessità attuale così come dell’interesse generale: un nuovo modello di società dove la dinamicità è data dalla capacità delle politiche pubbliche di saper valorizzare i singoli individui attraverso sistemi scolastici ed educativi che diano nuovo slancio alla collaborazione e cooperazione tra discipline umanistiche ed economiche, dove la coesione sociale sia davvero un elemento fondamentale per la democrazia e lo sviluppo, pena un occidente che sfiorisce tra democrazie morenti. Non è utopia.

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