mercoledì 4 aprile 2012

Cosa vuol dire “sinistra” oggi - Roberto Della Seta e Francesco Ferrante su Europa

Probabilmente il grande Gaber aveva torto: non è vero che sinistra e destra sono parole svuotate di senso, come ieri cantava lui e come oggi, con meno talento e frequente strumentalità, fanno coro in molti. Se per sinistra s’intende l’aspirazione ad allargare a tutti la sfera del benessere, dei diritti e delle opportunità, questo rimane un criterio discriminante nel modo di immaginare e desiderare il futuro. Invece è vero che da quando esiste la sinistra, cioè da oltre ducento anni, il perimetro del benessere, dei diritti e delle opportunità da promuovere si è modificato e continuamente allargato. 
Ed è verissimo che ogniqualvolta un nuovo pensiero, una nuova cultura hanno proposto uno di questi “allargamenti di senso”, molti che si consideravano cultori e custodi di una nozione dura e pura di sinistra hanno reagito con invettive, scomuniche, e soprattutto con un’accusa più infamante di tutte: le nuove idee e i loro sostenitori non erano che destra mascherata. Questa difficoltà delle forze progressiste più tradizionali e consolidate ad accogliere declinazioni inedite, originali dell’idea generale di sinistra, ha avuto una diffusione assai larga. Ma in Italia, indubbiamente, si è manifestata con più forza che altrove, per la prevalenza nella sinistra italiana di una cultura – quella del Pci – che ha sempre faticato moltissimo ad adeguare le proprie visioni all’evoluzione sociale e culturale. 
Persino il bipolarismo e la cosiddetta “vocazione maggioritaria” del Pd, per partire da temi più di politica politicienne, di cui in questi giorni sembra celebrarsi l’ineluttabile funerale, sono stati digeriti con difficoltà da molti ex-Pci, visti come un espediente tattico e non certo come condizione per una vera, credibile visione di cambiamento da offrire agli italiani. Più in profondità, sul piano culturale e limitando lo sguardo agli ultimi cinquant’anni, un primo choc la sinistra italiana dovette affrontarlo a partire dagli anni Sessanta, quando si trovò a fare i conti con il tema dei diritti individuali. Lo sanno bene i radicali: per merito loro la sinistra in
Italia ha cominciato a battersi per i diritti civili, personali dei singoli, cioè per diritti squisitamente liberali, ma per questo sono stati considerati a lungo, specie dal Partito comunista, alla stregua di una sinistra abusiva, usurpatrice, quasi una “banda” di infiltrati.
C’è voluto tempo prima che questa “eresia” mettesse definitivamente radici nel discorso pubblico della sinistra, e forse il tempo non è finito: basta vedere come un obiettivo, il riconoscimento di elementari diritti civili alle persone e alle coppie omosessuali, che in molti paesi occidentali è un dato acquisito e in tutta Europa è un carattere distintivo dell’identità di sinistra, da noi resta una chimera e resta un fattore di divisione all’interno stesso del campo progressista, per colpa in questo caso di chi ritiene così di difendere presunte identità cattoliche. 
Un secondo, temibile test è stato per la nostra sinistra l’affacciarsi sulla scena, tra gli anni Settanta e Ottanta, del pensiero ecologista, che con il principio della sostenibilità affermò l’idea che si dovessero tutelare anche i diritti, le opportunità delle generazioni future. Proprio in questi giorni ricorrono i quarant’anni dalla pubblicazione in Italia del celebre rapporto del Club di Roma su “I limiti dello sviluppo”, dove per la prima volta veniva messo in discussione il dogma, caro tanto ai liberali quanto ai marxisti, della crescita economica come fenomeno lineare e illimitato, e dichiarata l’urgenza di ridurre il prelievo di risorse naturali e la pressione inquinante sugli ecosistemi. Il libro fu stroncato senza appello dai giornali di sinistra: l’idea stessa che esistessero “limiti allo sviluppo” venne bollata come reazionaria, tentativo consapevole di cristallizzare le diseguaglianze sociali ed economiche tra paesi ricchi e paesi poveri, o rigurgito “neo-romantico” nemico del progresso. 
Sul Manifesto, Umberto Eco scrisse che dietro le posizioni di chi auspicava una riconciliazione tra uomo e natura si celava l’ideologia reazionaria che vorrebbe «una vita media di 50 anni, eliminazione automatica dei meno dotati, accettazione della malattia come fatalità insormontabile, fame e sporcizia come dono di Dio». Ma se la sinistra italiana non ha mai assimilato del tutto l’inclusione dei diritti individuali e dell’ambiente nel proprio pantheon di valori, la ragione più profonda è in un tratto che accomuna le due questioni: sia l’una che l’altra spostano il fronte della battaglia progressista dal solo luogo classico del lavoro. Per molti, anche nel Pd, questo resta un tabù, come dimostra l’ossessione neo-laburista di chi pretende di trasformare il Partito democratico nella replica fuori tempo e fuori luogo di un modello che in Italia non si è mai radicato e che gli stessi partiti socialisti europei stanno cercando in ogni modo di superare. 
Oggi, certo, nessuno si sognerebbe di negare – almeno a parole – “cittadinanza progressista” al tema dei diritti di libertà o a quello della sostenibilità. Ma rimane in più d’uno la tentazione di tacciare come destra travestita chi chiede di allargare il senso della nozione di sinistra, di calarlo nei problemi e nelle sfide del tempo presente. 
Chi, per esempio, sostiene che è di sinistra battersi contro il debito pubblico che minaccia i diritti e le opportunità delle generazioni future; che è di sinistra reclamare un nuovo welfare che protegga un po’ meno i posti di lavoro e un po’ di più le persone, a cominciare da giovani e precari; che è decisamente di sinistra fare di tutto, come italiani e come europei, per evitare che la globalizzazione, grandioso processo storico grazie al quale due terzi dell’umanità si stanno avvicinando al benessere, ai diritti, alle opportunità, non si traduca in un arretramento per l’altro, il “nostro” terzo, e in un danno irreparabile per gli ecosistemi. Per tutto questo, crediamo, va benissimo discutere e litigare su cosa significhi oggi essere di sinistra. Ma sempre diffidando di chi distribuisce, sul tema, improbabili patenti di ortodossia.

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