domenica 29 aprile 2012

Crescita: come fare. - Pier Paolo Baretta su Europa

Con una risoluzione decisamente riformista, giovedì il parlamento ha impegnato il governo ad accelerare i provvedimenti per la crescita. La crisi non accenna a diminuire, anzi si inasprisce. Ed è proprio l’esecutivo a dircelo. I dati contenuti nel Documento di economia e finanza parlano chiaro: siamo in recessione!
Quando abbiamo interrotto la negativa esperienza del governo Berlusconi, che stava facendo precipitare l’Italia in una situazione del tutto simile a quella della Grecia, ci eravamo detti che, per evitare la catastrofe, bisognava agire contemporaneamente su: rigore e risanamento; crescita e di sviluppo; equità e solidarietà. I tanti, troppi, suicidi di imprenditori e cittadini; la emarginazione derivante dalla perdita del lavoro; l’aumento esplosivo della povertà assoluta e della non autosufficienza; l’impressionante numero di famiglie esposte al rischio di scendere sotto la soglia di povertà, ci interrogano, come persone e come politici. Ci coinvolgono direttamente nella nostra responsabilità e ci chiamano in causa.
Dobbiamo ascoltare quelle voci, clamorose nei loro gesti o silenziose nella loro disperazione e dobbiamo rispondere con scelte concrete, che siano da loro percepite come una possibilità di speranza, di riscatto, di potercela fare. Bisogna reagire! Chiediamoci se stiamo facendo tutto il possibile per realizzare questo programma? I vincoli europei, il risanamento dei conti pubblici, la riduzione del debito, rappresentano la continuità che il governo Monti fa bene a perseguire. Ma, se non riparte l’economia, se non arresteremo la discesa del reddito e del potere di acquisto, come faremo?
Ecco perché è arrivato il momento di cambiare le politiche europee, egemonizzate dalla miopia di molti investitori e del governo tedesco, e utilizzate come una mannaia in mano alle economie più solide, fino a produrre la drammatica gestione comunitaria della vicenda greca. È arrivato il momento di avviare i project bond e gli eurobond; di legittimare gli sforzi della Bce come operatore di ultima istanza; di adottare una governance che orienti la finanza a sostenere la economia reale e non a viversi come una sovrastruttura. In una parola, è arrivato il momento di procedere più spediti verso gli Stati Uniti d’Europa.
Utopia? No, semplice realismo se vogliamo sopravvivere nel mondo globale. C’è una qualche relazione tra questo ragionamento sull’Europa e le politiche nazionali? Io penso di sì. La politica di riforme strutturali
descritta nel Def è convincente e necessaria. Se non consolidiamo le nostre istituzioni (penso, ad esempio, alla giustizia ed al federalismo), se non torniamo ad essere competitivi; se non interveniamo subito non avremo le energie sufficienti e il clima di fiducia necessari anche a fare le riforme. In sostanza, è indispensabile attrezzare un buon reparto di riabilitazione – e questo il governo lo sta facendo – ma è altrettanto urgente attrezzare un ottimo ... pronto soccorso, che tamponi la emorragia.
Allora dobbiamo liberare ulteriori risorse che consentano di agire sia sul debito che sulla crescita. La risoluzione votata dal parlamento indica la strada. È arrivato il momento di ridurre le tasse, perché la pressione fiscale a carico dei cittadini onesti è arrivata al suo massimo. Certamente esistono ancora spazi per una patrimoniale strutturale sulle grandi fortune e per aggredire la evasione fiscale. I risultati, però, vanno restituiti, ma non a pioggia, bensì individuando precise priorità, a cominciare dal lavoro e l’impresa, dalle fasce sociali più esposte alla indigenza. Nei prossimi mesi, inoltre, è previsto l’aumento dell’Iva che tanto preoccupa.
Siamo certi che non ci sono alternative? L’ammontare delle minori entrate derivanti dalle deduzioni e dalle detrazioni (cioè dalle nostre dichiarazioni dei redditi!) viaggia verso i 250 miliardi di euro, spalmati in oltre 700 voci. I tagli alla disabilità e alla non autosufficienza, alla famiglia, alla cultura e alla istruzione, alla ricerca, operati dal precedente governo, gridano vendetta, ma la gridano anche gli sprechi, i privilegi, gli eccessi, il disordine fiscale, le disuguaglianze.
È arrivato il momento di ridurre la spesa pubblica. Si parla molto di spending review, di concretizzare interventi di risanamento che riducano le spese centrali e periferiche dello stato e delle amministrazioni. Facciamolo! È arrivato, anche, il momento di un piano di dismissioni del patrimonio pubblico. L’obiezione è comprensibile: non è certo il miglior momento per vendere. Ma, mi chiedo, ci sarà un momento migliore fino a che su ogni cittadino italiano, dal più anziano al neonato, gravano più di 30mila euro a testa di debito pubblico? È arrivato il momento di liberare i comuni dalla trappola del patto di stabilità; almeno su tre versanti: gli investimenti in infrastrutture, a cominciare da quelle per il dissesto idrogeologico, le manutenzioni straordinarie di scuole ed opere pubbliche essenziali, il pagamento dei debiti.
Insomma: il paese sta passando il guado di una crisi che è anche un cambiamento di paradigma, di pensiero, di comportamenti. Bisogna offrire ai cittadini una buona politica, all’altezza di queste sfide. È arrivato il momento di una maggiore moralità pubblica e privata e di più sobrietà collettiva ed individuale; ma, anche di offrire soluzioni e strumenti che consentano di non rendere vani i sacrifici e di intravvedere l’uscita dal tunnel.

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