giovedì 19 aprile 2012

Discariche per i rifiuti? Diciamo la verità, servono a poco...- Marina Mastroluca su L'Unità

Venticinque grammi. Meno di uno spicchio di mela e di due cucchiaini di zucchero. Poco più di una lettera o di una matita. La decima parte diun quotidiano.Meno, moltomeno del sacchetto della spazzatura che ogni giorno butto nel cassonetto dei rifiuti indifferenziati. Venticinque grammi è quello che, in un sistema virtuoso, sarei comunque costretta a mandare in discarica: le vaschette sporche della carne comprata al supermercato, i cotton fioc, i tovaglioli di carta usati, cerotti, penne biro, sacchetti dell’aspirapolvere. Moltiplicato per una famiglia di quattro persone - la mia - per 365 giorni all’anno fa 36,5 chili di roba sgradevole e maleodorante. Per come vanno le cose a Roma, oggi mi bastano tre settimane per mandare in discarica lo stesso quantitativo di rifiuti, mentre si discute su dove aprire la prossima Malagrotta per evitare gli scenari apocalittici visti a Napoli.
Venticinque grammi a testa. È il sorprendente risultato di due settimane passate a pesare gli scarti di famiglia - buttando poi come sempre. Tutto comincia con un’e-mail e le istruzioni per partecipare all’«Operazione raccolta differenziata autogestita», promossa da Legambiente Lazio. Lo scopo è raccogliere dati reali su quanti e quali rifiuti si producono, non una statistica, ma qualcosa più concreto di una semplice stima. Perché nel Lazio l’85,7% dei rifiuti finisce in discarica ed è una cosa che fa paura. E soprattutto non può durare. Dunque, consulto in famiglia, e si va a comprare una bilancia a gancio, di quelle che si usano per pesare i bagagli per evitare sorprese in aeroporto. In cucina, appesa con un magnete sul frigorifero, piazziamo la tabella.
In alto c’è l’elenco delle frazioni di spazzatura, di lato la data. Nelle caselle dobbiamo scrivere via via il peso di tutto ciò che buttiamo. Tutto separato: organico, carta, plastica, metalli, vetro, indifferenziato. Sotto la voce «altri rifiuti» bisogna catalogare apparecchiature elettroniche, oli esausti, batterie, farmaci. Sembrerebbe logico, ma non a Romadove i sistemi di raccolta variano da quartiere a quartiere e l’effetto
generale è che negli ultimi due anni la differenziata è aumentata di un risibile 0,5%, mentre il riciclo della carta si è persino ridotto - leggi bene: ridotto. Nella mia zona, per dire, ci sono tre tipi di cassonetti. Bianco per la carta, blu per plastica, vetro e metallo, verde o nero per tutto il resto: organico e indifferenziato insieme, amabilmente destinati alla discarica.
Qualunque sia il colore, i cassonetti hanno una caratteristica comune: sono sempre pieni e non è raro che si finisca per buttare i sacchetti dove capita. Comunque, non ci facciamo scoraggiare. Almeno in casa vogliamo vedere come andrebbero le cose se. Il manuale di istruzioni elargisce qualche consiglio all’apparenza ovvio, come «bevi l’acqua del rubinetto », «acquista verdura e frutta sfusa e non quella confezionata». Cose che facciamo già: pochi prodotti usa e getta, niente bicchieri di plastica, acquisti oculati. Compriamo la verdura per quanto possibile al mercato. Ci concediamo però tovaglioli di carta, buste di plastica per alimenti e, ahimé, in passato non abbiamo lesinato in pannolini - mai provato a calcolare il volume occupato da un paio d’anni di pampers? Un incubo. Sei diversi contenitori e si comincia.
L’organico è la cosa più facile. Bucce di patate, la potatura delle piante del terrazzo, i resti dell’agnello di Pasqua. Ma il tubetto della maionese va nei metalli anche se ha parti in plastica? E il tetrapack del succo di mirtillo che fuori è di carta e dentro apparentemente di metallo che roba è? Cerchiamo istruzioni sulle confezioni, nessuno specifica. Scartabelliamo nel manuale e procediamo. Nel giro di 48 ore abbiamo acquisito una discreta competenza. E differenziamo tutto il possibile, dai flaconi di detersivo ad ogni singola carta di caramella (nella plastica la pellicola esterna, con la carta il talloncino interno. Un dubbio sulle Golia: carta cerata? Ok, vada per la carta).
Alla resa dei conti, la prova iniziata il 26 marzo e conclusa l’8 aprile, produce numeri: 23,1 kg di organico, 5,8 di carta, 3 di plastica, 1 di metalli, appena 1,4 di indifferenziato. In un mondo virtuale risultati niente male, nella realtà reale no: umido e indifferenziato finiscono comunque nel cassonetto destinato alla discarica, 24,5 chili invece dei pochi etti che abbiamo separato con cura.
Passiamo sopra al fatto che per tre giorni abbiamo avuto ospiti in casa e a Pasqua eravamo in 14 a pranzo e facciamo media: inclusi i cordoncini dorati delle uova di cioccolato, cento grammi al giorno di rifiuti non riciclabili: 25 grammi a testa. Meno di uno spicchio di mela. E allora, quante discariche ci servono davvero?

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