mercoledì 18 aprile 2012

Due o tre idee per tagliare la spesa - Tito Boeri su Repubblica

Ieri il Fondo monetario internazionale ha rivisto al rialzo le stime della crescita mondiale e al ribasso quelle sull'economia italiana. È il primo Documento di economia e finanza del governo Monti.
Vedrà oggi la luce e dovrà, per forza di cose, riconoscere che l'obiettivo del bilancio in pareggio nel 2013 si allontana. Non è pensabile varare una nuova manovra correttiva per riportarci in carreggiata. Non servirebbe neanche a rassicurare i mercati, che chiedono lacrime e sangue, ma poi si impauriscono quando a queste misure segue una pesante recessione. Servono, invece, scelte coraggiose che ci permettano in tempi brevi di alleggerire la pressione fiscale sul lavoro per intercettare la domanda che viene da quelle parti d'Europa e del mondo che continuano a crescere a tassi sostenuti. E quando l'economia non cresce, l'unico modo per ridurre le tasse è riuscire a ridurre la spesa corrente nominale, vale a dire anche senza tenere conto dell'inflazione.
Il governo si è dato tempo fino a giugno per presentare i primi risultati della spending review, il processo di revisione della spesa pubblica, volto a isolare sprechi e, dunque, a individuare risparmi senza necessariamente ridurre la qualità dei servizi offerti ai cittadini. Speriamo che l'esecutivo nella sua interezza si stia preparando meticolosamente a questa scadenza. Un parte consistente di ogni riunione dell'esecutivo dovrebbe essere consacrata a questa funzione, dovremmo essere in un regime di spending review permanente. Non è questo il segnale sin qui dato ai cittadini e ai mercati.
Il governo avrebbe potuto agitare il cartellino giallo, se non quello rosso, reagendo alla proposta ABC (AlfanoBersani-Casini) sul finanziamento pubblico ai partiti. E' una proposta indecente perché non contiene alcun taglio. Applicando il metodo che la spending review dice di voler mettere in pratica - prendere come riferimento i costi più bassi a cui è possibile fornire un dato servizio- si può stimare che ogni elettore costi circa 50 centesimi di spesa elettorale ai partiti. Oggi questi ricevono dallo Stato mediamente 7 euro ad
elettore. Ciò significa che sarebbe possibile rimborsare i partiti per quanto speso in campagna elettorale con un quattordicesimo di quanto sin qui stanziato, vale a dire 400 milioni in meno nell'arco di una legislatura. Si dice sempre che i tagli ai costi della politica siano simbolici. A noi 400 milioni non sembrano pochi di questi tempi.
Ma passiamo pure ai numeri più grandi. Si moltiplicano gli scandali nella sanità, soprattutto dove sono più forti, come in Lombardia, le interazioni fra pubblico e privato. In quest'area grigia si annidano sprechi (e regalie) di ogni tipo. Il fatto è che le amministrazioni pubbliche spesso non sono in grado di scrivere un contratto, che tuteli il contribuente, con aziende private. E' un po' come il caso delle amministrazioni locali che acquistavano derivati da intermediari finanziari spregiudicati senza capirci nulla. Ci vuole un monitoraggio di questi contratti. Occorre anche ridurre lo strapotere dei manager privati della sanità: non ha senso che ogni regione abbia un diverso tariffario e ci vogliono controlli campione di medici di altre regioni su cartelle cliniche e richieste di intervento.
Siamo consapevoli del fatto che c'è un costo politico da pagare ogniqualvolta si interviene per tagliare la spesa pubblica. Chiunque si è cimentato con questo compito in Italia negli ultimi 15 anni non ha potuto che constatare la ribellione di un fronte più ampio degli stessi gruppi di interesse direttamente colpiti dalle misure intraprese.
Prodi l'ha chiamata "maionese impazzita", Monti ha invocato invano un "disarmo multilaterale delle corporazioni". C'è una spiegazione economica, e non solo sociologica e culturale, di questo "impazzimento": in Italia bassa crescita e disuguaglianze vanno di pari passo, nel tempo come tra regioni. E mai come in questa recessione disuguaglianze nei redditi e nei consumi si sono sincronizzate, creando forti differenze nei livelli di benessere.
E gli anziani, che hanno poca liquidità anche se magari dispongono di patrimoni immobiliari considerevoli, sono molto vulnerabili a ogni evento avverso. Ognuno è così aggrappato a quello che ha, che fatica ad affiorare l'interesse generale. Ogni taglio a un trasferimento pubblico viene percepito come una breccia cui potranno seguire misure di contenimento questa volta a danno del proprio gruppo socio-economico. Perché i tagli siano compresi e accettati, perché l'intero paese contribuisca alla spending review, utile definire standard minimi di protezione inderogabilie misure di contenimento delle disuguaglianze a costo zero per le casse dello Stato. E' il lavoro il canale principale per ridurre le disuguaglianze senza gravare sul bilancio pubblico.
Per questo la riforma del lavoro era così importante. Avrebbe dovuto permettere un ingresso nel lavoro all'insegna delle pari opportunità, limitandosi a introdurre nuove regole per i nuovi assunti, come contemplato nel discorso di investitura di Mario Monti al Senato. Era questo lo spirito del contratto unico che il governo, ora lo sappiamo per bocca del Ministro Fornero, non ha espressamente voluto perché ha preferito "mantenere l'attuale sistema articolato di contratti nella consapevolezza degli effetti positivi che esso ha generato nel tempo".
Avrebbe dovuto la riforma anche bloccare il tentativo del governo precedente di rendere derogabile dalla contrattazione ogni norma di legge, dunque ogni tutela minima, con l'articolo 8 della manovra-bis estiva (oggi legge 148/2011). Si poteva introdurre il salario minimo orario, una misura richiesta dall'Unione Europea, equa e al contempo di stimolo alla produttività perché lega più strettamente salario e performance azienda per azienda. Erano interventi a costo zero per le casse dello Stato, quando invece la riforma presentata in Parlamento costerà ben tre miliardi, di cui due sottratti alla fiscalità generale e uno di nuove tasse sul lavoro, secondo la relazione tecnica dei servizi del Senato.
E' povera di idee anche la delega fiscale approvata lunedì dal Consiglio dei Ministri. Non ci riferiamo al fondo per ridurre le tasse, che sarebbe stata solo l'ennesima promessa da marinaio di questa legislatura. Il fatto è che non è contemplata nel disegno di legge la graduale sostituzione delle detrazioni per il coniuge a carico con sussidi condizionati all'impiego per chi ha bassi salari. E' una misura a costo zero che stimola la partecipazione femminile: oggi lavorando il coniuge perderebbe la detrazione che vale per molte donne come un mese di stipendio.
Serve per la crescita, riduce le disuguaglianze, soprattutto se attuata gradualmente, e protegge le famiglie da eventi avversi: più difficile che l'intera famiglia rimanga senza lavoro quando sono entrambi i coniugi a lavorare. Anche nella tassazione degli immobili si poteva cercare più equità e sviluppo. L'IMU potrebbe essere personalizzata prevedendo un'aliquota unica al posto della tassazione separata su prime e seconde case che può finire per tassare di più chi ha redditi più bassi. E nel momento in cui si aumenta l'imposizione sugli immobili, perché non favorirne fiscalmente la compravendita? Servirebbe ad assicurare un reddito alle persone più anziane e anche ad allineare i valori catastali a quelli di mercato recuperando un calo di gettito comunque contenuto perché il mercato oggi è bloccato.
Sono solo alcuni esempi.
Certo non si possono fare i miracoli e non esistono le ideone per uscire dalla crisi.
Ma per smarcarsi dall'area del contagio, che ha tornato pericolosamente ad allargarsi nelle ultime settimane, possono bastare anche tante piccole idee. Queste difficilmente verranno dallo stesso personale tecnico degli esecutivi Prodi e Berlusconi e dai partiti che ci hanno portato sull'orlo del precipizio. E' un bene affidarsi a tecnici con una certa esperienza, ma non vorremmo davvero assistere al paradosso di un governo dei tecnici bloccato dalla tecnocrazia.

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