venerdì 6 aprile 2012

E ora un fisco per crescere - Raffaella Cascioli su Europa

Torna a salire la febbre sul mercato secondario dei titoli di stato. A farne le spese non sono solo i paesi periferici dell’Eurozona, con la Spagna in testa, ma anche l’Italia che rappresenta ormai il passepartout per scommettere sugli equilibri europei. Dopo l’asta shock dei Bond spagnoli, che ha fatto registrare un calo nella domanda e tassi in forte rialzo, tutti i titoli dell’euroarea sono apparsi in tensione mostrando il riacutizzarsi di un virus che negli ultimi mesi, per effetto della politica del “denaro facile” di Draghi, era apparso sotto controllo. 
E proprio il presidente della Bce ha indicato la strada: l’Europa dovrebbe iniziare a produrre crescita. Ora, nel lasciare invariati gli eurotassi, Mario Draghi, ha spronato i governi a «risanare i conti ed attuare forti riforme strutturali» per centrare il duplice obiettivo di ristabilire la fiducia e agganciare la crescita sostenibile. L’Italia non è apparsa immune dalle ultime turbolenze, soprattutto nei titoli a breve e medio termine, mostrando come l’ombrello delle riforme strutturali messe a punto dal governo Monti funzioni nel lungo periodo ma non assicuri nel breve l’uscita dalla recessione. Nel giorno in cui lo spread tra Bund e Btp ha superato la soglia psicologica di 350 punti base fino a sfiorare quota 360 e il divario del premio di rendimento tra i titoli spagnoli e italiani si è allargato di ben 35 punti base a testimonianza dei timori sulla solidità madrilena, l’Europa paga pesantemente le scelte al ribasso sul firewall decise a Copenhagen e i tentennamenti sulle misure per la crescita. 
L’eurocura di Draghi con le maxi iniezioni di liquidità e lo scudo delle riforme messo in campo da Monti hanno fin qui consentito di creare un cordone sanitario per evitare il diffondersi dell’eurocontagio. In Italia così come in tutta Europa. Oggi, però, a pesare non è solo l’esplosione del debito publico spagnolo all’80% del Pil e un deficit che dall’8,51% del 2011 deve scendere quest’anno al 5,3%, ma anche una recessione
che morde tutte le principali economie del Vecchio Continente, con Francia e Italia in testa. Di qui il monito di Draghi perché «la flessibilità e la competitività del mercato del lavoro sono cruciali». Per il funzionamento dell’euroarea. Per la sua crescita.
Il Governatore, rivolto a tutti i paesi europei (Spagna e Italia in testa), ha chiesto di redistribuire più equamente la flessibilità sul lavoro oggi concentrata sulla parte più giovane della popolazione. Immediato, ancora una volta, il tandem con Monti che nel presentare la nuova riforma del lavoro italiana ha citato le parole di Draghi. Monti parla agli italiani ma non trascura chi osserva l’Italia dal di fuori. Non sfugge che per essere affidabili e, per dirla con Monti, “prevedibili” occorre riavviare il paese sul sentiero della crescita. Per mantenere i conti pubblici al sicuro. Ma soprattutto per evitare cortocircuiti sui rendimenti dei titoli di stato e alleviare la crisi delle famiglie che, come fotografato ieri dalla Banca d’Italia, hanno giocato un ruolo di ammortizzatore sociale senza precedenti in questi anni. 
Ecco allora che, non potendo utilizzare investimenti pubblici per rivitalizzare una crescita asfittica da oltre un decennio, l’unica altra leva da poter manovrare resta quella fiscale che va di pari passo con una ritrovata politica industriale. Un paese fiscal friendly può completare quel passaporto internazionale che farebbe dell’Italia uno stato attraente per investimenti produttivi e infrastrutturali. Una pressione fiscale accettabile, sul fronte del lavoro e del reddito d’impresa, può costituire uno stimolo immediato per far ripartire un trend di crescita dimenticata da tempo. Se è vero che, come ha detto ieri Monti, «nessuna singola riforma da sola può dare la svolta» che serve all’Italia, quanto piuttosto è l’intero pacchetto di riforme ad agire, a questo punto non manca che quella fiscale. 
Domani è atteso il varo della delega fiscale ma, tra spending review e riordino delle tax expenditures, finora i temi del peso fiscale sul lavoro e della tassazione sui redditi d’impresa sono stati ai margini del dibattito. È ora di iniziarne a parlare. La competitività passa anche da qui.

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