giovedì 5 aprile 2012

I giovani siano imprenditori di se stessi - Irene Tinagli su La Stampa

Irene Tinagli
Inventarsi un lavoro. Più la disoccupazione giovanile aumenta, più i ragazzi se lo sentono dire. Ma come possono fare? E come possiamo aiutarli a inventare nuovi lavori? Si dice loro di ripensare gli studi, scegliere più accuratamente, definire percorsi di formazione più allineati con l’evoluzione dell’economia. Ma è difficile prevedere quali competenze saranno richieste da qui a cinque o dieci anni, spesso non lo sanno nemmeno le aziende. Ieri magari avevano bisogno di un addetto stampa, oggi di un graphic designer, o di un social media manager. Ieri di un commercialista, oggi di un avvocato specializzato in diritto cinese o proprietà intellettuale. Non è facile programmare carriere in questo scenario, e non è facile per un governo «creare posti di lavoro» secondo politiche industriali vecchio stile, quelle che tanti politici oggi invocano, a suon di sussidi e incentivi. 
Il modo migliore e più sano è dare ai cittadini più imprenditoriali, e in particolare ai giovani, i saperi, le competenze e le condizioni necessarie a fare nuove imprese ad alto potenziale di crescita. In questo modo non solo inventeranno il proprio lavoro, ma anche quello di molti altri. Gli studi della Kauffman Foundation hanno dimostrato che negli Stati Uniti negli ultimi trent’anni la quasi totalità di nuovi posti di lavoro è stata generata da aziende nei loro primi anni di vita, aziende «nuove». 
Per questo il tema su come stimolare la creazione di nuove imprese è sempre più importante, e si discute spesso delle «condizioni» per farlo: semplificare la burocrazia, abbassare i costi di fare impresa, attrarre e stimolare il capitale di rischio, investire in infrastrutture digitali e nuove tecnologie. Tutte cose su cui è
fondamentale agire presto, perché si tratta di condizioni fondamentali senza le quali non si va da nessuna parte. Ma c’è qualcos’altro, altrettanto importante, di cui si però si parla molto meno: l’educazione alla curiosità, al rischio, all’imprenditorialità. Tutti i sondaggi condotti tra i giovani italiani mostrano bassi livelli di propensione al rischio e all’imprenditoria. Anche se molti ragazzi hanno minori aspettative rispetto al posto fisso e anche se aumenta, per esempio, la disponibilità a viaggiare e spostarsi, tuttavia la voglia di fare impresa resta molto bassa.
Uno dei sondaggi più recenti, condotto nel febbraio scorso da Termometropolitico in collaborazione con La Stampa su ottomila italiani sotto i trentacinque anni, ha fatto emergere come il 24% degli intervistati accetterebbe «qualsiasi lavoro, anche pagato male, basta che sia sicuro e a tempo indeterminato e senza alcun rischio». Per contro solo il 16% preferisce «fare sacrifici per qualche anno per mettere soldi da parte e iniziare una sua attività indipendente». Un dato sorprendentemente basso. Per fare un confronto, in un’indagine condotta dalla Gallup Organization assieme alla Fondazione «Operation Hope» e resa nota pochi giorni fa, il 77% dei giovani intervistati dichiara di voler essere «boss di se stesso», il 45% di voler fare la propria impresa, e il 42% si dice convinto che inventerà qualcosa che cambierà il mondo. Non solo, ma il 91% sostiene di non avere paura ad assumersi dei rischi, anche se possono portare a sbagliare e fallire, e l’85% dice di «non mollare mai» quando desidera raggiungere un obiettivo. 
Altro che accontentarsi! Naturalmente i due sondaggi sono stati fatti con criteri e campioni diversi ed è difficile fare un confronto puntuale, ma le differenze di atteggiamento che emergono sono così enormi che non possono non suscitare alcune riflessioni. La prima è che, evidentemente, certe predisposizioni imprenditoriali hanno radici lontane e profonde, e sono legate ai contesti in cui si formano i giovani, ben prima che arrivino alla laurea. E non possiamo pensare di iniettargliela da un giorno all’altro, magari quando hanno già completato gli studi, e quando si sono già immaginati un futuro lineare e tranquillo che tutti, dai genitori a tanti politici, gli hanno prefigurato come orizzonte desiderabile ed esigibile. È normale che tanti giovani cresciuti in contesti di questo genere non abbiano voglia di fare gli imprenditori. Non ci si improvvisa pionieri. Ma nemmeno ci si nasce. 
Diciamo che ci si «cresce», grazie al contesto, alle competenze, agli esempi e al clima che ci girano attorno. Ed è questa la seconda riflessione da fare: su cosa e come supportare questi processi senza aspettare che sia troppo tardi. Sempre dal sondaggio Gallup emerge come il 54% dei ragazzi tra la quinta elementare e l’ultimo anno di superiori abbia imparato a scuola le basi su come gestire i propri risparmi, aprire un conto, prendere un prestito e così via, e come il 50% riceva corsi e informazioni a scuola su come creare un business. 
Certamente imparare questi aspetti da ragazzini non implica che poi si decida di metterle in pratica, ma aiuta per lo meno a sentirsi più sicuri e meno sprovveduti quando si voglia cimentarsi con «inventarsi il proprio lavoro» o fare una nuova impresa. Si è più stimolati a pensare a nuove idee, a pensare che sì, si può fare qualcosa di nuovo, qualcosa di utile, qualcosa che forse, chissà, cambierà il mondo. Perché per accontentarsi c’è sempre tempo.

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