domenica 29 aprile 2012

Il finanziamento secondo noi - Valter Vecellio su Europa

Il problema, dunque, è l’antipolitica: quell’antipolitica di cui, secondo i sondaggi demoscopici, si cibano personaggi alla Beppe Grillo; ma quello è un fenomeno che colma un vuoto; la vera antipolitica è quella di chi, con il suo fare, fare male e malaffare alimenta e ingrassa il demagogo di turno. «...Togliere il finanziamento pubblico ai partiti può apparire come la ricetta vincente per costringere all’onestà secondo il detto popolare che l’occasione fa l’uomo ladro. Sull’onda degli scandali giudiziari e in un tempo come questo in cui il governo e il parlamento impongono ai cittadini enormi sacrifici, questa tesi si fa via via sempre più convincente. Ma c’è da dubitare che sia la via migliore per impedire la corruzione...».
Sono interessanti le considerazioni di Nadia Urbinati, in un lungo articolo pubblicato da La Repubblica del 19 aprile. Urbinati è una studiosa che insegna alla Columbia University di New York, che da tempo studia e analizza i meccanismi legati alla democrazia (alcuni suoi libri, da Democrazia rappresentativa a Lo scettro senza il re, Liberi e uguali, sono letture utili e stimolanti), e le sue considerazioni non sono banali; e, in questi tempi, coraggiose. Ci ammonisce, per esempio, a non cadere nell’illusione che il sistema di finanziamento escogitato dagli Stati Uniti sia la panacea dei mali che patiamo.
Non ha torto; Rodolfo Brancoli, molti anni fa ha dedicato un paio di esaurienti libri dedicati proprio al sistema americano di finanziamento (attenzione: non dei partiti, ma dei comitati elettorali che si raccolgono attorno ai candidati), mettendo in luce oltre ai pregi, anche i difetti che, campagna elettorale dopo campagna elettorale, aumentano e sono sempre più visibili. Campagne elettorali costosissime, che fanno entrare in gioco finanziamenti garantiti da poli economico-finanziari e miliardari che in caso di vittoria vengono premiati con la divisione delle spoglie. Al punto che una quantità di grandi compagnie, per stare sul sicuro, finanziano le campagne di entrambi i candidati.
Poi, certo, c’è il fenomeno Obama (ma ancora prima gli esempi non mancano) di finanziamenti ottenuti “portale a portale”, grazie a un massiccio e collaudato sistema di raccolta via internet. Ma è un finanziamento che non mette certo al riparo dai condizionamenti e dalle pressioni delle lobby. La differenza è nella maggiore pubblicità e trasparenza.
Ad ogni modo il “sistema” americano presupporrebbe una lunga analisi che fatalmente finisce col riguardare
anche il sistema elettorale (alla fine di defatiganti primarie, i candidati sono sempre due), e la stessa organizzazione della Federazione degli Stati Uniti che comunque, giova ricordarlo, pur con innumerevoli contraddizioni, regge da oltre due secoli, da quando venne “inventata” da Alexander Hamilton, James Madison e John Jay in quella formidabile raccolta che sono gli 85 articoli e saggi scritti con lo scopo di convincere i membri dell’assemblea dello stato di New York a ratificare la Costituzione degli Stati Uniti d’America, e che costituiscono un fondamentale testo, The Federalist Papers.
Per venire ai problemi più “domestici”, in questione non è il finanziamento pubblico ai partiti, e l’esistenza stessa dei partiti che si mette in discussione. A patto, beninteso, di intendersi sul finanziamento da assicurare e garantire ai partiti, e la loro funzione e compito. Allora cominciamo con le parole. Se si parla di “rimborso elettorale” (come attualmente prevede la legge), il rimborso è qualcosa che si eroga per spese sostenute. Da che mondo è mondo, si presenta una ricevuta, e si riceve l’importo che questa ricevuta reca stampigliato. Non s’è mai visto rimborsare cento per aver speso (sulla parola) dieci. Ma è quello che accade. Allora si cominci da qui: si rimborsino, le spese effettuate documentate e documentabili, non quelle ipotetiche e virtuali.
Quanto al finanziamento: i Radicali da sempre, fin da quando tentarono di raccogliere quasi quarant’anni fa le firme per i primi referendum abrogativi, sostengono che ai partiti e alle organizzazioni politiche andavano garantiti “servizi”: possibilità di comunicazione, facilitazioni per quel che riguarda le spese “vive” di attività politiche, ecc. Un altro fondamentale principio che dovrebbe trovare applicazione è costituito dal fatto che certamente i cittadini devono contribuire alla vita dei partiti; ma è anche un assurdo chiedere a un elettore o militante di estrema destra di sostenere con il suo denaro anche organizzazioni e partiti avversari di estrema sinistra, e viceversa.
La possibilità a ognuno di noi di poter decidere a chi destinare la quota del nostro denaro dovrebbe essere qualcosa di “elementare”; ma è pur vero che in questo paese le cose “elementari” e “normali” diventano straordinarie ed eccezionali. Per dire: è fuori dal mondo chiedere che il cittadino possa conoscere i bilanci dei partiti redatti in forme accessibili, e non secondo l’incomprensibile formula adottata finora? È troppo sapere quanti sono i funzionari, quanto e come vengono pagati, le proprietà, ecc.? Si chiama trasparenza, possibilità per tutti di conoscere e giudicare.
Certamente occorre saper trovare il modo per abbattere l’attuale “sistema”, senza che questo comporti l’affermarsi di un’idea antipolitica che vellica l’illusione che dei partiti si possa e si debba fare a meno. Per questo sarebbe utile e prezioso che persone come Urbinati, dopo la necessaria diagnosi, prendessero in considerazione quello che per esempio i Radicali da anni “offrono” al dibattito e alla riflessione. Non necessariamente per condividerlo.
Basterebbe discutere e avviare quel confronto che da sempre è il sale della democrazia. Si prendano per esempio i testi di legge depositati alla camera, li si analizzino, individuandone e valorizzandone i pregi; aiutandoci a capire e superare gli inevitabili limiti e difetti. Come diceva il liberale Luigi Einaudi “conoscere per deliberare”. Sarebbe un contributo prezioso per tutti.

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