giovedì 19 aprile 2012

Il senso della riforma - Elsa Fornero e risposta di Tito Boeri su Repubblica

Caro direttore, l'articolo di Tito Boeri ("Due o tre idee per tagliare la spesa") pubblicato su la Repubblica di ieri contiene, tra l'altro, un riferimento alla riforma del mercato del lavoro presentata al Parlamento un paio di settimane fa. È comprensibile che uno studioso come il professor Boeri - grande esperto del tema e autore egli stesso, insieme al professor Garibaldi, di una proposta di riforma incentrata sul contratto unico - si dimostri legato alla propria visione e vi accordi una superiorità rispetto a disegni alternativi.
È meno comprensibile, però, che questo lo porti a rappresentare in modo distorto le idee altrui e a non riconoscere ciò che di positivo vi può essere in esse. Uno degli obiettivi dichiarati della riforma era di separare la flessibilità buona, da mantenere, da quella cattiva ("precariato"), da contrastare. Un'idea magari opinabile, ma difficilmente conciliabile con il contratto unico.
Il contratto a tempo determinato, il part time, persino il lavoroa progetto e il lavoro a chiamata, hanno del buono e sono serviti, negli anni passati, oltre che a far emergere del nero, a offrire occasioni di impiego. In una società complessa, il fatto che un contratto si presti ad abusi non costituisce ragione sufficiente per eliminarlo; occorre invece più semplicemente cercare di contrastarne gli usi cattivi. Ed è ciò che abbiamo cercato di fare, anche attirandoci le critiche delle imprese, meno propense a riconoscere l'esistenza di quegli abusi.
Dire poi che il contratto unico applicato soltanto ai nuovi assunti sarebbe stato un provvedimento "all'insegna delle pari opportunità" ha del paradossale, in quanto avrebbe invece creato una nuova frattura generazionale, e di genere, con i lavoratori già assunti pienamente tutelati dall'articolo 18 e i nuovi, soprattutto giovani e donne, ancora una volta sacrificati all'impossibilità di toccare diritti "acquisiti" degli insiders.
Stupisce inoltre la facilità con la quale il professor Boeri parla di riforme a costo zero.
Le modifiche degli ordinamenti contrattuali possono costare poco o punto e le modifiche introdotte nel disegno di legge del governo non fanno eccezione (ma per esempio, l'estensione dell'apprendistato, su cui
presumo il professor Boeri possa concordare, non è certo senza costi per la finanza pubblica in quanto beneficia di sgravi contributivi). La riforma, però, si basa su un altro importante pilastro, ossia la radicale trasformazione del sistema di ammortizzatori sociali. Il ridisegno e l'estensione degli ammortizzatori a nuove categorie in una logica di universalismo, di inclusione e di attivazione dell'occupabilità delle persone non può essere a costo zero.
Si può constatare che deleghe al governo per riformare il sistema di ammortizzatori sociali fossero presenti in Parlamento da quasi un quindicennio, e mai utilizzate proprio per la mancanza di risorse. Averle trovate può essere un merito molto modesto, ma certo non può divenire una colpa. È questo l'aspetto di equità al quale, assieme al rigore e all'efficienza, il governo non può rinunciare.

RISPOSTA DI TITO BOERI
Ringrazio il ministro del Lavoro per la sua attenzione. La sua lettera rivela un'incomprensione della proposta del contratto unico di inserimento, depositata in un disegno di legge sia alla Camera che al Senato. Questa non prevede affatto l'abolizione di altre figure contrattuali, ma solo la definizione per il cosiddetto parasubordinato di minimi retributivi volti a scoraggiarne l'abuso. Il contratto unico offre uguali opportunità perché è fin da subito a tempo indeterminato e introduce regole uguali per tutte le assunzioni, a tutte le età. Il contratto di apprendistato, invece, non può che valere per i più giovani e, come conferma il ministro, costerà quasi un miliardo alle casse dello Stato pur non stabilizzando i lavoratori.
Può essere, infatti, interrotto a costo zero al termine del periodo formativo. Quanto agli ammortizzatori, concordo sull'importanza di una riforma invocata, per quanto mi riguarda, da almeno vent'anni. Ma la riforma deve ampliarne davvero la copertura. Non solo agli apprendisti e agli artisti dipendenti, 250.000 persone in tutto, una goccia nel mare dei lavori precari che, se licenziati, oggi non godono di protezione alcuna.

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