lunedì 23 aprile 2012

La politica cambi o ci penserà Monti - Linda Lanzillotta su Europa

Si ha un bel dire che i partiti sono il pilastro della democrazia. A convincere gli italiani che ciò corrisponda a verità ci ha provato anche il presidente Napolitano spendendo la sua parola certo più credibile di quanto non sia quella dei leader politici.
Ma gli italiani non si convincono, perché non comprendono. Non comprendono come la democrazia si possa difendere alimentando con soldi pubblici il sistema di corruzione e latrocinio che scorre sotto i loro occhi increduli. E che è diretta emanazione di quei partiti che rivendicano l’intangibilità del finanziamento pubblico.
Il punto debole della difesa di ABC del finanziamento pubblico è tutto qui: nel non aver posto nello stesso momento e con la medesima drammatica urgenza l’esigenza di una radicale riforma dei partiti e del loro rapporto con le istituzioni e con la società come precondizione per ridare legittimità a forme nuove di finanziamento dei partiti e della partecipazione politica. Non si tratta di dire solo: cacciamo via i corrotti e aumentiamo i controlli. Il punto non è se e quanto finanziare con i soldi pubblici ma cosa. Difficile quindi affrontare il tema finanziamento senza porre la questione di come rifondare il sistema della partecipazione democratica. E il finanziamento ne è parte integrante, non solo in termini quantitativi ma per le forme e le modalità che assume.
Forse non è un caso se la crisi dei partiti esplode in concomitanza con eventi che segnano inequivocabilmente il fallimento della missione che la Costituzione ha assegnato loro, cioè dare linfa alla democrazia. Il governo tecnico – è stato più volte sottolineato – rappresenta la plateale sconfitta dei partiti che, nell’ultimo quindicennio, non sono stati in grado di tradurre in un progetto politico al servizio dell’interesse del paese le domande, i bisogni, gli interessi, le idee, le aspirazioni dei cittadini singoli e dei gruppi sociali. È questo flusso circolare tra partiti e società che si è drammaticamente interrotto dopo il ’92.
Negli anni i partiti, non più alimentati dalla vitalità del corpo sociale, si sono inariditi divenendo fattori di “occupazione” della società piuttosto che soggetti capaci di rappresentarla e interpretarla attraverso un
progetto “nazionale”. Ma, paradossalmente, mentre si affievoliva e si smarriva il ruolo politico- costituzionale dei partiti, si dilatava, invece, il loro potere di selezionare una classe dirigente, nazionale e locale, sempre più ampia e variegata ma totalmente disancorata da comuni valori di responsabilità sociale ed etica pubblica e priva di una comune visione di modernizzazione e di crescita.
Oggi infatti, i partiti, grazie alle riforme introdotte dagli anni Novanta, selezionano non solo il personale politico destinato a ruoli prettamente istituzionali – assemblee elettive e organi di governo – (ruoli che peraltro con le riforme federaliste si sono moltiplicati a dismisura) ma, in virtù della dilatazione delle forme di gestione pubblica di attività economiche in forme privatistiche (dalla sanità alle utilities locali, dagli enti pubblici alle società statali quotate e non) e della conseguente espansione della selezione su base fiduciaria dei dirigenti, i partiti sono diventati luoghi di promozione professionale e sociale e punti apicali di intere filiere occupazionali (la sanità, non solo lombarda, ne è un preclaro esempio) nelle quali la fedeltà e l’appartenenza hanno prevalso sul merito. Questo micidiale mix di fattori ha prodotto la degenerazione del sistema e oggi ogni cittadino, giovane che aspiri a un’occupazione in un’area vagamente sottoposta all’influenza del settore pubblico è costretto a sottostare a questa umiliante forma di condizionamento.
La riforma dei partiti e del loro finanziamento deve partire da qui, da una emergenza istituzionale e andare di pari passo con misure forti di separazione della politica dalla gestione diretta della cosa pubblica: misure che sono le stesse con le quali si deve anche prevenire la corruzione per la quale molta, forse troppa attenzione è stata data alla repressione e troppo poca alla prevenzione che si fa sottraendo alla discrezionalità politica e riportando a trasparenti regole meritocratiche la selezione del personale che, a tutti i livelli, gestisce le grandi aree di spesa pubblica: sanità, acquisti, servizi pubblici, appalti.
Dunque il primo obiettivo deve essere ricondurre i partiti alla loro funzione costituzionale. Secondo punto: bisogna adeguare le forme della partecipazione alle modalità con cui oggi le persone creano comunità. Un tempo le sedi di partito e la militanza erano i luoghi e le forme in cui i cittadini si informavano, si confrontavano, esprimevano il loro impegno civile. Oggi le fonti di informazione e i canali di partecipazione sono l’associazionismo, il volontariato, i media e la rete. Non si possono ignorare questi mutamenti e continuare a finanziare con soldi pubblici strutture ipertrofiche e costose – che i cittadini frequentano sempre meno e che corrispondono a un modello novecentesco di organizzazione della società e della politica. I partiti devono reinventare il loro modo di interagire con il tessuto sociale e ridurre drasticamente dimensioni e costi di apparati e burocrazie.
D’altronde, a ben guardare, anche la Lega nord da tutti mitizzata e invidiata per quel “radicamento territoriale” cui i partiti guardano con nostalgia, ha trovato in Radio Padania un canale di penetrazione e di interlocuzione con la società ben più forte delle sezioni. Supporti economici ai partiti possono essere quindi dati sotto forma di accesso ai nuovi media e di gestione della comunicazione digitale. O di accesso ad altri servizi come la formazione degli eletti che qualificherebbe la presenza istituzionale dei partiti a tutti i livelli. Ma non al finanziamento degli apparati burocratici.
Terzo punto: i partiti vivono se hanno un sostegno vero, se sono riconosciuti come portatori di idealità e progetti e, dunque, se trovano forme di finanziamento da parte dei cittadini. Altrimenti sono strumenti di autopromozione di ceto politico che nel finanziamento pubblico trova la ragione della propria esistenza. Ciò che occorre garantire, in base alla Costituzione, non è la sopravvivenza di partiti-polvere ma il diritto dei cittadini a stare in partiti veri attraverso i quali ciascuno possa concorrere alla costruzione del futuro del paese. Ci sono due modi per verificare che un partito risponda a queste caratteristiche: il consenso elettorale e il sostegno anche economico che i cittadini sono disposti a fornire al proprio partito. Per questo dare la possibilità di defiscalizzare una parte (non tutto come sarebbe con il 5 per mille) dei contributi dei singoli al proprio partito è un modo per stimolare una partecipazione attiva e responsabile.
Dunque un mix di canali e di forme di finanziamento che devono ridurre il costo complessivo a carico del bilancio pubblico ma che, soprattutto, devono essere riorientati per aiutare la politica a riformarsi. Un mix composto da: a) rimborsi delle spese elettorali calcolati sul numero dei voti e ridotti almeno del 70 per cento sulla base di rendiconti sottoposti a controlli esterni e indipendenti, spese totalmente trasparenti e verificabili su internet, rimborsi riservati ai partiti che riescono ad eleggere candidati con liste proprie, e non a chi ottiene l’1 per cento con l’effetto di aumentare la frammentazione politica; b) finanziamento di servizi digitali e altri servizi (ad esempio luoghi pubblici solo parzialmente utilizzati – vedi le scuole – per tenere incontri, assemblee, dibattiti: formazione degli eletti nelle istituzioni); c) parziale defiscalizzazione dei contributi individuali secondo la proposta Capaldo.
Ma solo associando la riforma del finanziamento a un vero cambiamento di se stessi i partiti potranno sperare di ricostruire un rapporto positivo con il paese e risalire l’abissale discredito che oggi li separa dalla società italiana. È importante che lo si faccia rapidamente perché all’antipolitica ci si può opporre solo con una politica che, con atti concreti e senza furbizie, riconquisti credibilità e rispetto. Monti ha avvertito i partiti: o ci pensate voi o anche queste riforme le farà il governo tecnico perché la cattiva politica è una delle cause (e non la minore) per le quali i mercati non si fidano dell’Italia e non sono convinti che, dopo Monti, sapremo davvero continuare nel percorso intrapreso.
Se la missione affidata a questo governo è salvare l’Italia e rimetterla stabilmente su un percorso di consolidamento finanziario e crescita, allora è possibile che presto Monti dovrà occuparsi anche di riformare la politica.

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