lunedì 23 aprile 2012

L’antipolitica già al potere - Michele Prospero su L'Unità

Ci sarà un esito antipolitico alla crisi italiana? La furiosa contestazione delle élites di solito apre le danze, mobilitando chi invoca spazi nuovi di agire sociale liberati dagli apparati logori. Poi però compare chi propone di chiudere le operazioni con la macabra esibizione muscolare della destra. Una destra trionfante, peraltro, che celebra la riscoperta di arcane pratiche di dominio personale. Quando si avvicina una crisi di sistema occorre per questo sempre preoccuparsi di scongiurare che i crampi della politica si intreccino con il disagio sociale. Oggi l’Italia è molto vicina a una grande crisi di legittimità che accompagna un oscuro passaggio di fase. 
Tutto può saltare quando si realizza una saldatura tra questi elementi: lo smarrimento di forze economiche che perdono referenti solidi, lo spaesamento di strati che cedono posizioni di ricchezza e prestigio serbando un grande rancore contro le classi dirigenti percepite come responsabili del loro declino, la comparsa di metafore anticonvenzionali amplificate dai media, la crisi paralizzante dei soggetti politici tradizionali. Se la sinistra si lascia sorprendere da un cortocircuito culturale e da un allentamento della sua presa rassicurante nel malessere sociale, allora la crisi, con una incredibile celerità, contagia economia, politica e culture. Si innesca un’onda anomala che sconvolge gli antichi assetti di dominio non più adeguati evocando però soluzioni del tutto apparenti, imperniate sulla primitiva fascinazione di capi carismatici. 
Nella giuntura odierna una lacerante crisi sociale, che potrebbe dare sfogo alla disperata ribellione della massa, convive con lo smembramento del sistema politico bipolare e personalistico edificato vent’anni fa. La rivolta contro l’èlite al potere in Italia c’è già stata e ha portato al governo proprio i campioni dell’antipolitica, che oggi sono travolti dai disgustosi episodi di malcostume. Nel duello tra la società civile riflessiva, che voleva abbattere la vecchia nomenclatura dei partiti con il mito di Westminster, e la rude microimpresa padana, che sognava un denaro senza gli obblighi del fisco, vinse la miscela
avvelenata preparata dal magnate di Arcore.
Egli arruolò, a fianco del suo partito di plastica, le truppe di terra assoldate nel rurale mondo periferico del nord, dove le sensibilità più elementari garantivano una maggiore disposizione al nuovo, all’inaudito, al folklorismo politico. Oggi è in crisi proprio l’antipolitica che ha sostituito i partiti con le due forze irregolari (Forza Italia e Lega) che avevano inopinatamente preso il potere in nome del nuovo. Questo è il dato reale: lo sfaldamento dell’antipolitica che, da tendenza eccentrica, era diventata una incredibile forza di governo. I due partiti egemoni non reggono allo sfascio immane che hanno provocato. Ci sono dunque delle energie positive liberate da una crisi che si è abbattuta sulle due forze interpreti dell’antipolitica. Per quanto i media stiano tentando l’ultima operazione di sviamento che rimane ai ceti del privilegio, quella di coinvolgere tutti i partiti nella stessa catastrofe, la lezione storica da trarre è invece del tutto trasparente. 
Non si può rimanere a lungo nel solco dell’antipolitica senza distruggere la capacità di governo di una società complessa che richiede innovazione. Da questo fragoroso fallimento di imprenditori e ceti irregolari insediatisi al potere discende che un Paese moderno non può prescindere da grandi partiti che esprimono una reale partecipazione, una forte energia etica, una autentica cultura. Se non ricostruisce partiti dall’elevato profilo ideale, un Paese civile è condannato alla lenta marginalizzazione e al collasso storico. La forma del partito personale, che la destra ha inventato e imposto sulla scena come un segno della postmodernità, appare cadaverica. Non poteva essere altrimenti. L’usura del corpo del capo mette in discussione la sopravvivenza stessa del partito sprovvisto di quella «dignità che non muore» di cui parlavano i giuristi medievali come peculiarità del politico. Un partito di plastica o carismatico muore con il corpo del capo che declina o è ammaccato. 
Questo scostamento dai cardini della modernità politica occidentale ha ostacolato il funzionamento delle istituzioni, occultato il principio di legalità. Come vent’anni fa, i persuasori palesi cavalcano l’antipolitica per abbattere tutti i partiti. La videopolitica lancia i fantasmi del partito del comico, del professore, del sindaco, del magistrato o le liste civiche di protesta. Una sciagura. Il verbo antipolitico e le metafore ultrademocratiche diventano il veicolo di una rivoluzione passiva che nel deserto impone un nuovo capo a un pubblico disorientato, demotivato, scoraggiato dagli scandali. 
La ricetta è quella di sempre: scaldare il cuore dell’indignazione per sparigliare anche a sinistra il nesso tra capi e popolo, e poi incassare a destra il via libera per la prosecuzione del piccolo mondo antico abitato da governatori celesti, politicanti senza pathos politico, miliardari divorati dal conflitto di interessi. Con una crisi sociale drammatica, la destra e i media dell’antipolitica a reti unificate preparano il suicidio della democrazia.

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