domenica 22 aprile 2012

Le parole sbagliate di Formigoni - Massimo Giannini su Repubblica

Con buona dose di impudenza, il presidente della Regione Lombardia torna sul luogo del "delitto". Ma ancora una volta, non lo fa per rispondere in modo finalmente trasparente e inequivoco alle troppe domande inevase che riguardano i suoi capodanni alle Antille, forse pagati dall´amico di tante battaglie Pierangelo Daccò. Nel più tradizionale costume della "casa" berlusconiana, dalla quale anche il Celeste in fondo proviene, Formigoni reagisce al bisogno di chiarezza che viene dall´opinione pubblica rilanciando una sequela di accuse del tutto prive di senso. Non una parola sulle distinte bancarie che potrebbero provare quello che aveva scritto nella lettera a "Tempi", e cioè che il viaggio e il soggiorno ad Anguilla lo ha pagato "con il suo stipendio". 
Un fiume di parole, invece, per denunciare l´ennesimo "complotto" contro la sua specchiata persona, ordito dai "quotidiani dell´armata diffamatoria", ai quali il governatore giura di non aver mai detto che avrebbe esibito le ricevute di quei suoi viaggi a cinque stelle. Non sappiamo se il governatore includa anche Repubblica, in questa sua denuncia. Sappiamo per certo che, quand´anche lo facesse, i suoi attacchi non ci toccano né ci riguardano. 
Non ci toccano, perché riteniamo sia un dovere della libera stampa esigere da chiunque sia titolare di un potere, tanto più se decretato per via elettorale dai cittadini, il rispetto dell´etica pubblica e il dovere dell´accountability. Non ci riguardano, perché non abbiamo mai scritto che Formigoni ha promesso di esibire quelle ricevute. Abbiamo scritto invece, e lo ripetiamo ancora una volta, che la migliore via d´uscita dalla
"Vacanzopoli" nella quale si è cacciato con le sue stesse azioni ed omissioni, sarebbe quella di farsi fare un estratto conto dalla sua banca, relativo al bimestre dicembre 2008-gennaio 2009, dal quale sarebbe agevole dimostrare, attraverso i movimenti di denaro, gli addebiti relativi a carte di credito o assegni, che quel famigerato viaggio a Parigi, e poi la successiva vacanza all´Altamer Resort, li ha effettivamente pagati lui. O direttamente, o restituendo quanto potrebbe avergli anticipato l´«amico Piero», cioè Daccò, attraverso quella che lo stesso Celeste ha definito, con fantasia lessicale invidiabile, la "compensazione". Questo abbiamo chiesto a Formigoni.
Questo continuiamo e continueremo a chiedergli, sulla base dei fatti e dei documenti agli atti dell´inchiesta della Procura di Milano sullo scandalo della sanità lombarda. Non c´è nessuna intenzione "diffamatoria", in questa richiesta, ma solo il legittimo esercizio del diritto di cronaca. Il dovere dei giornali di informare, il diritto dei cittadini ad essere informati. Per questo, fa quasi sorridere che lo stesso governatore, come ha sempre fatto il Cavaliere in tutti gli scandali che lo hanno coinvolto, invece di dimostrare la sua trasparenza con i nudi fatti, si trinceri a sua volta dietro le solite fumisterie del peggior vittimismo politico. Parla di "grandi fantasie e grandi menzogne", propalate da una fantomatica "armata del fango". 
Non vede che il fango lo produce lui stesso, sfuggendo alle sue responsabilità, e scambiando una domanda pubblica di verità per una violazione della sua sfera privata. Sappiamo che il Celeste è a Rimini, per gli esercizi spirituali di Comunione e Liberazione istituiti a suo tempo da Don Giussani. Rispettiamo la sua fede. Ma gli ricordiamo la straordinaria campagna morale e culturale di un altro grande del cattolicesimo italiano: don Luigi Sturzo, che dopo la guerra si batté per trasformare l´Italia in quello che lui stesso chiamava "il Paese delle regole". Don Sturzo fu sconfitto. Formigoni si ricordi della sua "lezione".

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