domenica 15 aprile 2012

L’occasione democratica - Enrico Borghi su Europa

La vicenda della parabola leghista – nella quale la nemesi della storia diventa quasi beffarda – riapre due grandi questioni, tutte irrisolte e che si impongono sulla scena in maniera dirompente. La prima è l’ormai costante questione settentrionale. Sarà materia per antropologi e per analisti delle scienze sociali comprendere perché una vicenda così delicata sia stata appaltata, per oltre quattro lustri, al quel singolare spaccato emerso dalle vicende di via Bellerio e dintorni.
Resta un fatto. Che tutto quell’impasto che produsse all’inizio degli anni ’90 la Lega nord è ancora sul terreno. Con una aggravante. Che il fallimento dell’esperienza di governo forzaleghista ne ha aumentato il carico, fino a farlo diventare potenzialmente anti-sistema.
Si chiedeva un fisco più leggero, e abbiamo la tassazione più elevata d’Europa. Si chiedeva uno stato più efficiente, e abbiamo l’organizzazione burocratica più occhiuta, centralista e inefficace del G8. Si chiedeva un contrasto alla malavita e al malaffare, ed è finita con gli avvocati d’affari delle ‘ndrine intrallazzarsi con il tesoriere leghista tra Cipro e la Tanzania.
Si chiedevano maggiori infrastrutture, e siamo ancora a discutere di come espropriare il terreno per la Tav immaginata negli anni ’80 mentre in Francia l’hanno quasi finita.
Per non parlare della sicurezza urbana, e della mancata gestione del fenomeno immigrazione ridotto a feticcio acchiappa-voti. E potremmo continuare. Sul terreno del Nord resta questo straordinario impasto fatto di soggetti che si sentono frenati e di soggetti che si sentono impauriti, sul quale il fallimento leghista di queste ore innaffia ancora più i sentimenti di frustrazione e di ansia.
La seconda questione invece è ancora l’irrisolta, ovvero la questione territoriale democratica. Il Partito democratico è nato come organizzazione politica dell’era della globalizzazione, lontana da concezioni ideologiche e da retaggi novecenteschi. Ma ancora fatica a comprendere cosa siano i nuovi paradigmi dell’organizzazione sociale e politica nel nuovo contesto storico, e immaginare con chiarezza obiettivi non
indistinti o generici per configurare l’ideale di una società più giusta, più libera, più umana e renderlo attuale nella realtà odierna. Questa “fatica democratica” ne determina l’afasìa, anche su una vicenda come questa leghista che non può essere derubricata come mera questione etico-morale, essendo invece una grande questione politica, al Nord certamente la più grande da un ventennio a questa parte.
Nella società fordista che produsse i partiti del Novecento i fattori sui quali si costruivano le politiche si concentravano sul trinomio capitale-terra-lavoro. Nella società globale alla tradizionale tripartizione si aggiungono due capitoli, nuovi e significativi: i flussi e il territorio. È sul territorio che si ripercuotono le conseguenze del grande conflitto dei flussi in atto in questi mesi. Ed è qui che si determinano scelte e lotte, opportunità e ingiustizie, produzioni e sfide. Un partito politico di governo deve coniugare i flussi con i luoghi, pena la sua trasformazione in ancella.
Ed è qui che si apre l’occasione democratica: saper cogliere al volo il fallimento forza-leghista che affidava al populismo la lettura politica del territorio, e saper articolare una proposta politica che coniughi efficienza con equità, rappresentanza con modernità, serietà con prospettiva. Il Partito democratico ha l’occasione per essere il soggetto che costruisce quel terzo paradigma tra stato e mercato, per interpretare lo spirito di quanti ritengono che le contraddizioni del nostro tempo non possano essere affrontate solo dall’alto e dal centro dei poteri e delle istituzioni centrali, né tantomeno affidate alla mano invisibile del mercato, ma vadano trattate anche dall’interno dei luoghi stessi in cui tali contraddizioni nascono, crescono e si consumano. Per realizzare quella che Berselli chiama “l’economia più giusta”, all’indomani del fallimento del turboliberismo.
Il Partito democratico deve essere un partito di comunità, come risposta politica al fallimento del “ghe pensi mi” di Berlusconi e al “padroni a casa nostra” di Bossi. Deve essere il partito del territorio e della comunità: ecco l’occasione democratica, che consente di non farsi inchiodare nella logica di ridurre tutto lo spazio politico solo al perimetro giudiziario, e di classificare i buoni dai cattivi solo per la capacità di far scattare la ghigliottina, che come noto è sempre funzionale al potere più che alla giustizia.

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