giovedì 19 aprile 2012

Nella trappola del rigore - Tonia Mastrobuoni su La Stampa

Il Governo ha rivisto al ribasso le stime sulla crescita italiana rispetto allo scorso autunno. Ora si parla di un Pil in frenata dell’1,2% (contro il -0,5%). Il rigore e la cura del governo Monti contro i conti pubblici alla deriva fanno discutere. La terapia d’urto di Palazzo Chigi sarà davvero efficace?
Su questi temi La Stampa ha interpellato cinque autorevoli economisti. Alcuni temono che la correzione virtuosa che Monti sta cercando di portare avanti sui conti pubblici non riesca a produrre effetti altrettanto virtuosi sulla crescita. Anzi, che l’austerità abbia già innescato la spirale micidiale per cui più si stringe la cinghia e più difficilmente si riesce a tornare a crescere.
Ecco perché c’è chi suggerisce all’esecutivo di varare le privatizzazioni e liberalizzare i servizi locali in modo da abbattere il debito pubblico e poter tagliare le tasse che in parte strozzano la crescita.

Qualcuno è dell’opinione che si debba cambiare modello produttivo dell’Italia: quello manifatturiero difficilmente rifiorirà. Come? Il governo dovrebbe agevolare il passaggio a un modello improntato ai servizi e aiutare le imprese non solo con sgravi fiscali, ma anche riducendo la burocrazia, che pesa sui costi delle aziende private. Una soluzione, secondo gli economisti, è anche quella di favorire l’innovazione e fare in modo che le aziende puntino su beni di qualità. Da lì può venire valore aggiunto sicuro. 

Tito Boeri

"Il governo ha già smentito il pareggio messo in Costituzione"
Tito Boeri insegna Economia del Lavoro alla Bocconi. È ironica la sorte di un Governo, osserva, che ha scritto nelle sue tavole della legge, in Costituzione, il pareggio di bilancio e il giorno dopo è costretto a
smentirlo nel suo documento programmatico di primavera.
Professore,il pareggio di bilancio slitta al 2014.
«Si potrebbe fare della facile ironia sul fatto che martedì il Parlamento ha approvato il pareggio di bilancio costituzionale e che mercoledì il Governo ha ammesso che non lo raggiungerà nei tempi previsti...»
Tuttavia lo raggiungeremo nel 2014, l’anno successivo.
«Io credo che, se tutto va bene, azzereremo il disavanzo nel 2015. Oltretutto le previsioni del governo sono state corrette rispetto all’autunno a causa degli effetti - peggiori del previsto - della recessione. E tuttavia, anche le nuove stime divergono notevolmente da quelle rese note martedì dal Fondo monetario internazionale, che prevede invece una flessione del prodotto nell’ordine dell’1,7 per cento».
Il che peggiorerebbe anche il deficit.
«Esatto. Se chiudessimo quest’anno con una recessione vicino al 2 per cento, è ovvio che il deficit sarebbe superiore al 2 per cento - ora il governo lo prevede all’1,7 per cento. E il pareggio di bilancio si allontanerebbe ulteriormente».
I dati sulla disoccupazione sono in peggioramento. Pensa che la riforma del lavoro possa migliorare le prospettive?
«Ne dubito. Bisogna invece agire sulla leva fiscale, alleggerire il peso delle tasse sul lavoro. Dovrebbe essere questa la priorità per il Governo. Altrimenti sarà difficile ricominciare a crescere».
Un aspetto molto positivo riguarda l’avanzo primario. Quest’anno al 3,6 per cento, l’anno prossimo al 4,9 per cento e poi oltre il 5 per cento. Numeri da «era Ciampi»...
«Il consolidamento, indubbiamente, c’è. Ed è possibile che al livello strutturale la correzione sia così forte: le manovre dell’ultimo anno hanno corretto i conti pubblici di ben oltre 80 miliardi di euro. Ma ciò che sorprende è che questa correzione così virtuosa non produca effetti altrettanto virtuosi sul debito. Quest’anno continuerà addirittura a crescere».
Michele Boldrin
Senza un nuovo modello produttivo la situazione non migliorerà
«Un massacro». Michele Boldrin non usa mezzi termini. L’economista della Washington University di St Louis vede nero. A meno che non cambi il modello produttivo e il Governo non agevoli le imprese sgravandole di tasse e burocrazia, in Italia le cose non miglioreranno.
La recessione sarà peggiore del previsto, l’1,2 per cento. «Mi faccia dire anzitutto che questo governo sta completando l’opera di Amato-Ciampi-Prodi».
In che senso?
«Monti sta riproponendo un modello che nasconde una strategia nefasta: per continuare a mantenere la spesa pubblica si massacra la gente. Quei governi si portarono via dal reddito disponibile degli italiani - vuol dire quello che rimane davvero nelle loro tasche - tra 6 e 8 punti di prodotto interno lordo. E il debito, con tutte queste pesantissime operazioni di correzione dei conti pubblici, calò poco. Mentre la spesa pubblica non ha mai, mai smesso di aumentare».
La pressione fiscale, in effetti, è prevista in aumento fino al 45,3 per cento del 2014.
«Facciamo due conti a spanne. Siamo alla terza recessione dall’inizio della crisi. Alla fine, probabilmente, il reddito medio degli italiani sarà più o meno quello di quindici anni fa. E quello disponibile li precipiterà a livelli da anni ‘80. L’impoverimento è evidente».
Secondo Confindustria la produzione industriale è scesa del 22 per cento dal 2008. Che fare per recuperare?
«Al di là di piccole riprese tattiche è molto, molto improbabile che l’impresa manifatturiera torni in Occidente per i prossimi 20 anni. Farà il giro del mondo uscirà dalla Cina e si trasferirà in Vietnam o in Sudamerica, ma non tornerà qui. Qui serve sviluppare i servizi e l’innovazione e puntare su beni di qualità tipo i prodotti farmaceutici, o l’elettronica. Da lì può venire valore aggiunto sicuro.».
Mica si possono chiudere le impreseche non si adeguano a quel modello e che funzionano.
«Ma certo che no, ma se funzionano vanno aiutate sin d’ora: riducendo drasticamente le tasse, facendo funzionare infrastrutture e servizi e togliendo la burocrazia.»
Francesco Daveri
“Servono privatizzazioni e liberalizzare i servizi locali”
Francesco Daveri, economista dell’Università di Parma, ritiene che ci sia troppa timidezza da parte del governo su privatizzazioni e liberalizzazioni: «così non abbatteremo mai il debito».
Daveri, la recessione peggiora, ammette il Governo.
«La prima cosa che salta agli occhi è che a fronte di un peggioramento delle stime del Pil rispetto all’autunno - da -0,5 i a -1,2 per cento - il Governo ha messo in conto una correzione più severa del deficit del dovuto. Con 7 decimali di peggioramento il deficit dovrebbe aggravarsi di circa 0,35 punti e invece il Def passa da 1,2 a 1,5 per cento di disavanzo. È come se incorporasse già un peggioramento ulteriore del quadro economico. Tutto sommato il quadro è realistico».
Monti dice che le manovre da oltre 81 miliardi servono per non fare la fine della Grecia. C’è questo rischio?
«No. Monti esagera perché vuole portare a casa la riforma del lavoro. Non siamo paragonabili alla Grecia. Però mi chiedo che fine abbia fatto la spending review. Io non sono tra quelli che pensano che possa produrre effetti epocali. Però da qui a rinunciare, francamente, ce ne passa. Sarebbe inaccettabile».
Il Def ammette che l’annullamento del disavanzo promesso all’Europa slitta di almeno un anno.
«Il nostro problema, mi pare, evidente, non è il deficit. I mercati lo hanno capito: il nostro problema è il debito. E non c’è nulla di serio per abbatterlo. Perché Monti non ha previsto delle privatizzazioni?»
Il mercato non è in un acondizione ideale per vendere: forse il Governo teme di dover svendere. Forse attende che il mercato torni «normale».
«Ma chissà quando tornerà mai “normale”. E che facciamo, ci teniamo questa montagna di debito per altri decenni? Con l’avanzo primario ci metteremo 30 anni...»
Non c’è altro modo per abbatterlo?
«Sui servizi pubblici locali c’è solo un accenno a un “miglioramento dei servizi pubblici locali”. Mi sarei aspettato qualcosa in più. Un’altra possibilità è battersi per una zona di libero commercio atlantica, tra Usa e Europa, entro le regole del Wto, ovviamente».
Paolo Guerrieri
“Temo che siamo entrati nella spirale recessiva”
Per l’economista del College of Europe di Bruges, Paolo Guerrieri, il rischio per l’Italia è di avvitarsi in una spirale di aggiustamento e recessione che rischia di farci passare guai «greci».
Il Governo ha rivisto in peggio le stime.
«Dal Def si evince che il risanamento sta avendo effetti virtuosi sui conti pubblici Ma il rischio è che l’economia italiana subisca anche gli effetti nefasti di questo ciclo di austerità “all’europea”».
Cosa vuol dire?
«Il punto chiave è la nota a piè di pagina della tabella degli obiettivi di finanza pubblica. Il Governo ammette lì che nel 2013 il deficit sarà dello 0,5 per cento e non dello 0,1 perché "da dicembre si è verificata una riduzione delle proiezioni di crescita per l’anno corrente che ha causato una revisione delle stime in parte compensate da una riduzione prospettica della spesa per interessi". Sa cosa vuol dire?»
Che la somma degli effetti è negativa.
«Esatto: vuol dire che stiamo subendo un effetto sull’economia negativo, dovuto alle misure di austerità, che è più grave del miglioramento che queste misure hanno prodotto sullo spread e quindi sugli interessi che paghiamo sul debito pubblico».
Qual è il suo timore, dunque?
«Che ci infiliamo in una spirale recessiva: più aggiustiamo i bilanci e più inibiamo un ritorno alla crescita. Il sentiero segnato, se la situazione di incancrenisce, è quello della Grecia o della Spagna».
Il Fmi prevede dati peggiori: una recessione dell’1,9 per cento contro le stime governative dell’1,2. Lei a chi crede?
«Le stime di Washington coincidono con quelle di Jp Morgan o di Schroeders e altre fonti autorevoli. Le previsioni italiane sono simili a quelle della Commissione europea che stima un -1,3. Ma purtroppo Bruxelles si è sbagliata spesso, dall’inizio della crisi...»
In quel caso però peggiorerebbe anche il disavanzo con il rischio di incorrere nelle sanzioni della Ue?
«Esattamente. E non è detto che già adesso, con un deficit allo 0,5 invece che 0,1 Bruxelles non ci chieda di rispettare gli impegni. Certamente, se la recessione sarà quella che dice l’Fmi, il disavanzo arriverà a 1,5 per cento nel 2013, con un alto rischio di sanzioni europee».
Sandro Trento
“Sul Pil previsioni in ribasso ma sono ancora ottimista rispetto al Fondo monetario”
Sandro Trento, economista dell’Università di Trento, auspica un ritorno agli investimenti in infrastrutture e benedice l’agenda digitale del Governo ma invita a «dare tempi certi». Inoltre, scandisce, «vanno abbassate le tasse»
Professore, cosa pensa del Def?
«Mi sembra che le stime del Fondo monetario di una recessione dell’1,7 per cento siano un po’ troppo pessimiste: il Governo mi sembra più credibile. Ora la questione vera è: quando si faranno le riforme e, soprattutto, quando si potrà spendere per fare le infrastrutture?»
Per la banda larga è previsto un piano di modernizzazione, all’interno di una vera e propria «agenda digitale». «Secondo me l’urgenza è quella di accelerare la capacità di spesa della pubblica amministrazione. Non se ne parla mai. O meglio, il ministro Fabrizio Barca sembra il primo, dopo molti anni, ad essersi concentrato di nuovo sul tema delle infrastrutture. Ma il problema è che se se ne allungano troppo i tempi, l’efficacia si indebolisce».
Perché?
«Perché è ovvio che se fai la banda larga in due anni o in dieci a parità di investimento, gli effetti sull’economia sono molto diversi perché è diversa l’aspettativa che si crea nelle aziende».
Ci sono anche altre riforme in agenda, liberalizzazioni, il mercato del lavoro. Creeranno effetti sulla crescita che il Governo stima in 0,3 punti all’anno.
«Di per sé il pacchetto di riforme va bene ma abbiamo già visto nelle settimane scorse che le riforme rischiano di incagliarsi o di annacquarsi. E sulle liberalizzazioni ci sono una miriade di riforme necessarie che mi pare manchino all’appello. La liberalizzazione del nodo ferroviario, ad esempio, quando si farà?»
Il Governo però non ha cinque anni davanti....
«L’altro grande interrogativo è infatti quante e quali riforme riuscirà a fare nel breve tempo che ci rimane sino alle elezioni».
La riforma del lavoro, probabilmente, passerà.
«Su quella, per esempio, si è creata un’ impasse. Oltretutto, l’articolo 18 è stato un vero e proprio boomerang».
In che senso?
«Nel senso che Monti ne ha parlato molto e ha attirato molta attenzione, da parte degli investitori stranieri, ma ha poi finito per deluderli; per venire incontro alle richieste dei sindacati ha ammorbidito molto la legge. Sarebbe stato meglio, per esempio, cambiare le regole di licenziamento solo per i neoassunti».
Monti ha detto ieri che il risanamento deve scongiurare di farci fare la fine della Grecia.
«Ma noi non siamo minimamente paragonabili alla Grecia. Però è vero che non siamo ancora al sicuro. E la crescita, il nostro punto debole attuale, non si fa certo per decreto, dall’oggi al domani. Si fa aprendo il mercato, introducendo la concorrenza, principio raro in Italia. Ma soprattutto, abbassando le tasse».
Hanno ragione gli inglesi a strigliare Monti, allora?
«No, francamente non ho capito molto le reazioni della stampa anglosassone: dopo essersene innamorati l’hanno scaricato. D’altra parte è vero che Monti ha commesso, come ho già detto, alcuni errori di comunicazione, ad esempio sulla riforma del mercato del lavoro».

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