giovedì 19 aprile 2012

Non c’è sviluppo senza equità - David Bogi su Europa

L’insediamento del governo Monti ha rappresentato una cesura importante nel nostro sistema politico e creato le condizioni per l’avvio di una nuova fase. Non solo perché la crisi ha cambiato drasticamente il contesto di riferimento ma soprattutto perché rende molto difficile prescindere dalle soluzioni che il governo sta impostando per dare risposte alla fase emergenziale.
In queste temperie, i partiti si giocano parte del proprio ruolo futuro su due fattori principali. Da una parte, la loro capacità di trarre il senso politico-culturale dall’emergenza; dall’altro, la disponibilità ad interrogarsi sul modello di società verso il quale tendere, valutando se le misure del governo, che derivano in parte rilevante da vincoli che la realtà impone al sistema politico, siano o meno con esso coerenti.
Diversamente, avrebbero serie difficoltà ad esprimere un giudizio politicamente spendibile nella fase presente; nello stesso tempo, faticherebbero ad inquadrare e ad armonizzare l’operato del governo nella piattaforma che dovranno proporre per la prossima legislatura. La vera sfida, in sostanza, è quella di riuscire a dare un senso culturale all’emergenza, considerando anche la possibilità che alcuni tratti fondamentali delle società occidentali potrebbero essere in corso di modifica o di aggiornamento.
È sulla capacità di fornire soluzioni a queste modificazioni che dovrebbe basarsi l’azione dei partiti nel dopo Monti. Abbandonarsi a dispute ideologiche servirebbe soltanto a rendere ancora più marginale un ruolo già usurato. Nelle fasi di cambiamento, o le forze politiche sono in grado di farsi portatrici di grandi disegni di riconfigurazione di orizzonti temporali medio-lungo periodo, oppure rischiano di costringere la propria azione in ruoli secondari, lasciando il posto all’emergere ed al consolidarsi di nuovi attori o movimenti.
Non serve a nulla, dunque, evocare o prevedere il ritorno dei partiti nel 2013 senza essersi a monte posti il problema di come effettivamente questo ritorno possa avvenire. Una cosa appare certa, il ritorno non ci sarà seguendo le suggestioni emerse di recente in alcuni settori del centrosinistra. E ci riferiamo sia al riemergere
di rigurgiti di tipo anticapitalistico, sia a generiche professioni di fede nei confronti della bontà di soluzioni “socialdemocratiche”.
Nel primo caso siamo dinanzi al manifestarsi di un riflesso pavloviano tipico di una sinistra antagonista, che può catalizzare l’attenzione di una serie di movimenti antisistema ma che non può offrire alcun contributo al reale governo del paese. Nel secondo caso ci troviamo invece di fronte al maldestro tentativo di indicare soluzioni vecchie per problemi di tipo nuovo. È la riproposizione di un vizio che ha connotato per un lungo periodo una parte importante della sinistra italiana.
Ora, nel momento in cui occorre aggiornare il modello sociale europeo, impostando su basi nuove le politiche di welfare, appare francamente singolare riesumare ricette tipiche della sinistra del Novecento. È ben noto che il modello di capitalismo finanziario poco regolato affermatosi negli ultimi decenni è la causa delle gravi difficoltà dell’Eurozona e dell’euro. Ma è altrettanto vero che quello capitalista è un sistema neutro di produzione delle risorse.
Da questo punto di vista, la crisi dell’Eurozona offre un ineludibile elemento di novità e insieme un vincolo di cui difficilmente si potrà ignorare l’esistenza. Non sembra più possibile, cioè, perseguire obiettivi di giustizia sociale senza contestualmente, aver realizzato politiche di sviluppo in grado di generare risorse aggiuntive in favore di politiche redistributive. Ogni proposizione che non tenga conto di questo vincolo appartiene al novero delle pulsioni velleitarie che per lungo tempo hanno costretto la sinistra italiana su posizione minoritaria. La nuova parola d’ordine della sinistra italiana, se realmente vuole ambire a divenire sinistra di governo, deve essere: “sviluppo”: proprio perché propedeutica alla realizzazione di un’altra parola d’ordine che invece storicamente le appartiene e che oggi appare minacciata: “equità”.
Soltanto sulla base di questa consapevolezza e della capacità di costruire una credibile piattaforma di governo che possa proseguire l’opera di riforma iniziata da Monti, è possibile candidarsi a raccoglierne l’eredità.

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