giovedì 5 aprile 2012

Parlare in inglese a mia insaputa - Mila Spicola su L'Unità

Tra un corridoio e un’ aula, tra un tesoriere e un articolo 18, tra un Bossi e l’ennesima casa aggiustata “a mia insaputa” e gli auguri di buona pasqua e la quotidianità, nelle vite di ciascuno di noi alla fine prevale quest’ultima, non la cronaca, se non di riflesso, non l’economia, se non di riflesso, non le “urgenze generali”, se non di riflesso, ma il quotidiano, le piccole cose e i piccoli pensieri che poi si fan grandi.
Perché poi quando sei a scuola, nelle università, nelle aule, quello che conta è che sei lì, lavori, ti impegni e rifletti. Hai poco tempo, quando vivi, per riflettere sui tesorieri. Se non quell’ incazzatura potente e veloce. Poi torni alla tua polvere. Al tuo sudore e anche alle tue speranze. Per fortuna. Persino a sta boiata dei compiti a casa sì o no, variante aggiornata del grembiulino sì o no ti appassiona poco.
Nel dottorato che sto frequentando ci sono molti stranieri non anglosassoni. Molti ne ho incontrati in passato e capita di incontrarne, come a tutti del resto. Colleghi, ricercatori, studenti. Danesi, tedeschi, indiani, giordani, svedesi..Moltissimi di loro parlano perfettamente l’inglese. Mi imbarazzo per il mio inglese zoppicante e mi incazzo decisamente per quello ancor più zoppo di molti ragazzi italiani. Sulla carta lo studiano per ben 13 anni, l’inglese o un’altra lingua, eppure, dati alla mano, non lo parlano. Se non entrano in gioco altre variabili: soggiorni all’estero, lezioni o corsi privati, parenti stranieri… Al solito: se hai la fortuna di nascere in una famiglia che se lo può permettere…Se fosse solo per la scuola italiana, è un dato, lo parlerebbero malissimo.
“Ma tu com’è che parli così bene l’inglese?” lo chiedo a N., collega giordano di dottorato. “L’ho studiato a scuola..però..a pensarci lo conoscevo già, per la tv. Cartoni animati, film, serials, sono in inglese no?”
“Ivana, senti, ma da voi come si studia l’inglese a scuola? Quante ore, quanti anni?” Ivana viene da Malta. “Si studia bene, sì, a scuola, sempre..però..io lo conoscevo già, come l’italiano del resto..per la tv. Da noi film e cartoni non si doppiano. Semmai qualche sottotitolo. Popeye, Rossella H’Oara,…io ho visto e sentito
tutto in inglese, e anche il vostro Fantastico, con Heather Parisi, ero piccolina..” Ivana parla tre lingue correntemente, oltre la sua. Mi dice che a sei anni già le capiva e le parlava, per la tv. Non dico già allora come la madrelingua ma quasi. Del resto nemmeno la sua parlava correntemente a sei anni.
Rosa è la badante rumena della zia di una cara amica. Anche lei: “L’inglese? In tv..anche lo spagnolo”
Le hanno imparate insieme alla loro, contemporaneamente, da piccolissimi, ascoltandole nel periodo migliore per imparare una lingua: da zero a 6 anni. Esattamente quando in Italia manco la scuola c’è, figurarsi la lingua straniera. Lingua che poi, alle elementari, verrà “accennata” da solerti maestre (quelle del corso d’inglese in 150 ore) che non saprebbero nemmeno chiedere una via e trovarla se si perdessero a Liverpool. A parte dovute eccezioni. Ma che ci va a fare una maestra a Liverpool? E un ragazzo a New York? a Berlino? a Pechino? E’ più probabile che ci vada nel 2020, o no? Quello che oggi ha sei anni e nel 2020 chissà cosa lo aspetta? Quanto meno ci va col web.
E poi? Alle medie o alle superiori? In classi di 30 e più studenti, ma fossero anche 24 “come recitava un tempo la legge”, con due ore la settimana, fatevi il conto di quanta “conversation” possano fare i vostri figli. Con tutta la buona volontà nemmeno se Lord Byron fosse il loro docente riuscirebbe nell’intento.
Lo stessa cosa mi conferma un amico danese: “Beh no, in Danimarca i programmi stranieri in tv e i film non si doppiano. Ma sei matta?? E come fate a capire?” Pensa un po’..da noi è il contrario. E infatti non capiamo granchè, anche se tradotto e doppiato. Del mondo dico. Lui parla il danese, l’inglese e anche il tedesco e lo spagnolo, “Sì, ma quelle le ho studiate a scuola” E l’inglese? “Al cinema, in tv, o non ricordo..l’ho sempre parlato..”
Tutti costoro hanno imparato l’inglese a loro insaputa. Senza sudori o pene. Un po’ come la casa di Scajola e la ristrutturazione della villa di Bossi, con ben altri effetti per la crescita del loro paese e della loro. La seconda, quella del comparir di case a insaputa dei proprietari, è una notizia da prima pagina e non ci cambia la vita, a differenza dalla prima che se tutto il paese parlasse correntemente almeno due lingue straniere forse avrebbe qualche chance in più nella competizione internazionale che lo aspetta. Eppure non lo ha mai scritto nessuno, non l’ha mai detto nessuno, nè, tantomeno, proposto.
Non dovrebbe suonarci strano: i nostri nonni l’italiano lo hanno imparato allo stesso modo dopo la guerra. Da analfabeti. Con un mezzo semplice e potente, la tv. E al cinema.
Ora dico io, è possibile che, a nostra insaputa, una legge prescriva che tutti i film, cartoni animati, serials, in lingua inglese o in altra lingua vengano trasmessi in originale? Al massimo sottotitolati? E’ così difficile adottare provvedimenti di buon senso? Posso giurarci che, tempo tre anni, i bambini sotto i sei anni parlerebbero perfettamente l’inglese. Poi, magari, come Ivana, come altri, lo studierebbero a scuola, lo approfondirebbero, con regole e grammatica. Ma parlarlo e capirlo: è altra cosa.
Capisco che non riguarda direttamente il tasso di disoccupazione giovanile, il taglio delle pensioni, il problema dell’Imu, cioè tutti fatti urgenti che irrompono nelle nostre vite da qualche anno a oggi. Ma si può pensare anche ad altro? Al futuro ad esempio? Per non essere schiacciati solo di presente? Cose anche quasi banali, piccole. Cose non da tecnico-professore ma da massaia. Perchè il tecnico-professore i figli in estate li ha spediti all’estero a parlarlo l’inglese e magari si stupisce non poco nel sapere che pochissimi giovani italiani lo parlano bene. Pochissimi.
Piccole cose di nessuna importanza direbbe qualcuno e che, per metterle in campo, alcuni tirerebbero fuori ogni genere di impedimento e difficoltà. Soprattutto la prigrizia dei padri. Ma dagli effetti immensi. C’è un deputato, un politico, un sottosegretario, un segretario di partito, che vuole rifletterci un attimo su questa cosa e proporla? Quanto meno discuterne.
Certo c’è un gap: sarebbe a costo quasi zero per lo Stato.

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