mercoledì 4 aprile 2012

Pd e Porcellum, un dibattito sospetto - Giorgio Merlo su europa

Francamente è curioso il confronto che si è aperto nel Pd attorno all’ennesima bozza di riforma della legge elettorale. Curioso e singolare perché tutti, almeno a parole, sono desiderosi di superare definitivamente il Porcellum. E, al contempo, auspicano il varo di una legge che restituisca il potere di scelta degli eletti ai cittadini e che eviti il ripetersi di errori che hanno sino ad oggi indebolito la capacità di governo delle singole coalizioni provocando una forte caduta di credibilità della stessa politica. Ora, al contrario, ad ogni proposta – o bozza – di potenziale nuovo accordo politico parte il fuoco di sbarramento di alcune correnti all’interno del Pd e, accompagnati dai professionisti del “tanto peggio tanto meglio” caro all’Idv, ai comunisti e alla Lega si invocano sempre e comunque nuove soluzioni e nuovi orizzonti. 
Ecco perché cresce il sospetto che dietro al cosiddetto “benaltrismo” ci sia la semplice volontà di tenersi stretto il Porcellum sparando a zero, puntualmente, contro ogni ipotesi di accordo non ritenuta adeguata al nuovo corso della politica italiana. Un sospetto che cresce sempre di più perché nell’attuale fase politica italiana pensare che la riforma della legge elettorale possa essere il prodotto esclusivo di ciò che pensa un solo partito è francamente ridicolo. Del resto, com’è pensabile che con un governo tecnico, appoggiato da una maggioranza parlamentare anomala e da un programma che va sostenuto giorno dopo giorno in mezzo a mille difficoltà la riforma della legge eletrorale possa essere varata attraverso un atto di forza o di arroganza di un solo partito? Tutti sanno che questo è impossibile come tutti sanno che solo attraverso una dura e faticosa mediazione politica tra partiti che sono e restano alternativi è possibile centrare un obiettivo che resta comunque decisivo per il rinnovamento e il futuro della politica italiana. 
E, quindi, al di là di questo strano dibattito che si è aperto nel Pd – anche se le singole opinioni sono del tutto legittime – sono almeno due le considerazioni da cui non si può prescindere in vista, come tutti auspichiamo, della riforma della legge elettorale. Innanzitutto va preso atto definitivamente che la geografia politica italiana è cambiata profondamente dopo l’uscita di scena di Berlusconi. Chi si attarda a costruire il futuro pensando
di ripropore le categorie del passato o è un ingenuo o, più semplicemente, coltiva una concezione ideologica e faziosa della politica al punto di non rinunciare a tutto ciò che ha caratterizzato il passato pur di non perdere la sua rendita di posizione e il suo armamentario di lotte e di principi. Ma i lunghi 17 anni di berlusconismo non sono più riproponibili.
E chi pensa che il futuro sia ancora il banale e semplice prolungamento del passato continua ad essere schiavo e vittima di una raffigurazione ormai obsoleta e fuori luogo. Il governo Monti, al di là della strana “maggioranza” che lo sostiene, è destinato comunque a segnare in profondità la politica italiana e, soprattutto, a cancellare definitivamente le fondamenta basilari attorno alle quali è ruotato il confronto politico dal dopo tangentopoli dell’inizio degli anni ’90 sino ad oggi. In secondo luogo è persino naturale che dopo l’esaurirsi di una lunga stagione politica ne decolli un’altra che inesorabilmente non può ripetere le modalità del passato. E un sistema elettorale che fotografi l’attuale andamento della dialettica politica non può che essere la naturale conseguenza. 
Non si tratta, quindi, di ripristinare il sistema proporzionale o, peggio ancora, di abbattere il bipolarismo come sino ad oggi abbiamo conosciuto. Molto più semplicemente, un sistema che garantisca una democratica rappresentanza dei partiti, che salvaguardi la governabilità, che azzeri il premio di maggioranza, che non costringa a dar vita ad alleanze forzose e coatte e che, soprattutto, restituisca lo scettro agli elettori non può che essere salutato positivamente. Cosa c’entra tutto questo con il superamento del bipolarismo, il ritorno alla Prima repubblica e alla ingovernabilità del sistema resta sostanzialmente un mistero. Certo, per tutti costoro che sono rimasti fermi all’Unione è sicuramente una brutta notizia. Per chi pensa di riproporre ancora quel caravanserraglio che conteneva al suo interno la maggioranza e l’opposizione è difficile digerire un ritorno a coalizioni di governo che possono anche fare a meno dei giustizialisti da un lato e dei massimalisti dall’altro. 
E chi continua a far leva su una concezione ideologica e dogmatica della politica non può pretendere, al contempo, il varo di coalizioni che esprimano una forte cultura di governo. Ecco perché è un po’ singolare il confronto che si è aperto nel Pd. Mentre è del tutto comprensibile che simili atteggiamenti vengano sostenuti da partiti giustizialisti come l’Idv o massimalisti ed estremisti come quelli della sinistra antagonista e radicale. Ma il compito e la stessa mission del Pd, sino a prova contraria, non sono quelli di presidiare saldamente l’opposizione sociale e politica del nostro paese ma, semmai, cercare di declinare una vera cultura di governo. Riformista e democratica.

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