giovedì 5 aprile 2012

Renzi, tra Twitter e Bersani «Prima o poi toccherà a me...» - Maddalena Loy e Cesare Buquicchio su L'Unità

Si chiama "Stil Novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter" il volume che Matteo Renzi presenta stasera alle 21 a Firenze. Ma è lo stesso sindaco di Firenze a domandarsi se Twitter fra tre anni lo useremo ancora. Il suo libro racconta la storia della città e in controluce l'Italia di oggi. Il mandato da sindaco e le occasioni sprecate (le "mezze cacce") dalla città. Le timidezze della sinistra e il suo programma di governo. Perché una cosa è certa: "Il momento arriverà. Avremo una possibilità, una sola, e dovremo giocarcela bene. Che sia tra qualche mese - alle prossime elezioni - o più ragionevolmente tra qualche anno, in quelle immediatamente successive".
Quanto contano Twitter e più in generale i social network nella strategia comunicativa di un politico? Spesso quando la attaccano dicono che lei è molto bravo a comunicare ma che in realtà dietro le parole ci sono pochi contenuti...
«Qui c'è una grande fregatura perché si parte dal presupposto che la parola comunicazione sia una parolaccia e che nasconda l'incapacità di esprimere valori. qualcuno, specialmente a sinistra, pensa che chi comunica bene non abbia sostanza. Questo è un po' il frutto del berlusconismo applicato alla sociologia della comunicazione. La comunicazione è riuscire a raccontare ciò in cui credi in un modo che sia appassionante per la gente. Per me la comunicazione dei social network non è né un totem da onorare tutte le mattine, né un pericolo da ignorare».
I suoi tweet di risposta ai cittadini che le segnalano le buche sono sostanza o apparenza?
«Un sindaco ha segnalazioni a gogo, spesso ha difficoltà a capire quante di queste rappresentino un problema sentito realmente dalla popolazione o solo da una nicchia, ma su questo sono emblematiche le parole che ha usato il sindaco di New York, Bloomberg, una settimana fa, proprio sul ruolo di Twitter nel
governo della città, e cioè il rischio di essere in un "referendum costante", che dura 5 anni, può impedirti di governare avendo una visione. Quindi va bene Information &Tecnology e social network, ma tenendo i piedi ancorati alla realtà. Per ciò a me piace governare attraverso Twitter ma anche andare ad ascoltare gli anziani del centro dell'Isolotto o di San Frediano».
Lei usa Twitter in modo molto consapevole. Non corre il rischio di appiattirsi sulla ricerca del consenso? Ad esempio, nelle ultime settimane non si è mai espresso sull'articolo 18...
«L'articolo 18 è un simbolo importante e positivo ma la discussione che si sta facendo adesso non è seria. Se diciamo che tenere o abolire l'articolo 18 serve a migliorare l'economia italiana, diciamo una falsità. È una questione simbolica, ma a me non interessa discutere di questioni simboliche. Nel merito, vanno bene le proposte del Pd, il modello tedesco, va tutto bene, ma non è questo l'elemento centrale».
Quindi anche il governo avrebbe potuto fare una riforma del lavoro accantonando le modifiche all'articolo 18?
«Il governo ha fatto la riforma per lo stesso motivo per cui la CGIL vuole impedirla: cioè per il valore simbolico che l'articolo 18 ha. Né di più, né di meno».
C'è una categoria che lei non segue su Twitter: i segretari di partito. Né Bersani, né Alfano, né Casini, e neanche Vendola (il politico più seguito d'Italia)...
«Su Bersani rimedio subito, il segretario bisogna seguirlo. Vendola ha un ottimo staff, io twitto da solo, nel bene e nel male».
Lei su Twitter ha pochi contatti con pochi giornalisti. In compenso ha avuto un sostenuto scambio con Bechis sul caso Lusi. Se Twitter non ci fosse stato, gli avrebbe risposto lo stesso, e così a brutto muso?
«Sì, assolutamente sì, lo avrei fatto magari su FB o con un comunicato stampa. Twitter riduce i tempi, il tweet ti consente di essere più immediato nella discussione, ma la sostanza non sarebbe cambiata, nel caso di Bechis».
Lei nel suo libro invoca il rinnovamento del Pd, ma questa ormai non è una notizia.
Sto diventando vecchio a forza d'invocare il rinnovamento del Pd...».
Arriva a definire il Pd una cheerleader...
«Ormai alcuni dirigenti sono come delle ragazze pon pon. Ci pensate, c'era il PDS, poi abbiamo perso la P, e sono rimasti i Ds. Poi abbiamo perso la S e recuperato la P. Qualcuno ora vorrebbe togliere la D e fare il PS, il partito socialista all'europea. Quindi è tutto un datemi una P, datemi una D, che è una cosa che va bene alle partite di football o di basket ma non per un partito. Battute a parte, io credo che il partito democratico possa essere una grande opportunità per raccontare una storia nuova, diversa, la storia nuova la racconti male se le facce che la raccontano sono sempre le stesse o facendo una legge elettorale bloccata che porta alle elezioni i Calearo di turno».
Nell'ultimo capitolo del libro lei parla esplicitamente della sua candidatura alla guida del Paese che ci sarà o tra pochi mesi, o al massimo tra qualche anno. Qual è il suo futuro in un tweet?
«Il mio futuro non interessa a nessuno, detto in un tweet. Il futuro dell'Italia lo dico con il titolo di una canzone: "Il meglio deve ancora venire", vale per una città come Firenze, che ha un passato straordinario ma non può vivere di ricordi, e vale per un paese dove la politica ha toccato la parte più bassa della storia, dove i professori e i banchieri non è che stavano in ferie quando i politici facevano danno. I professori e i banchieri ora hanno l'occasione di emendarsi, di fare un esame di riparazione a settembre. Ma quello che ci manca nel 2013 è che la politica sia capace di raccontare una storia credibile. Se sarà così, il tweet da scrivere è semplice: "Il meglio deve ancora venire”. Per l'Italia e per il Pd».
Insomma, il Pd deve cambiare, ma il sottofondo musicale rimane sempre lo stesso: Ligabue per Prodi, Ligabue per Bersani, Ligabue per Renzi.

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