giovedì 19 aprile 2012

Un po' di misura (e più fiducia) - Beppe Severgnini su Corriere della Sera

Ha detto ieri Mario Monti: «Gli italiani stanno dando prova di maturità e responsabilità». È vero. Ora ci si aspetta che la classe dirigente faccia lo stesso. Gli sforzi di molti, nel governo e nelle istituzioni, sono indiscutibili. Ma altrettanto sorprendenti sono le disattenzioni.
È inopportuno agitare lo spettro della Grecia, per esempio. Gli spettri si rispettano: non si stuzzicano. Il presidente del Consiglio, dopo aver ricordato l'impressionante numero di suicidi nel Paese ellenico, ha promesso: «Noi lo eviteremo». Ne siamo convinti. Ma i suicidi non vanno soltanto evitati. Come gli spettri, non bisogna neppure evocarli.
Perché spaventare una nazione spaventata? Meglio rassicurarla. E ormai c'è un solo modo per farlo: mantenere le promesse (sui tagli delle spese pubbliche, sulla riforma del lavoro) e disinnescare la frustrazione seguita alle molte, ripetute delusioni. Una frustrazione che potrebbe diventare rabbia e che comunque alimenta spinte populiste e antisistema alla Beppe Grillo. Oggi la nazione è ferma su questo spartiacque. Il timore è che, quando ne scenderà, scenda dalla parte sbagliata. Non sarebbe la prima volta, in Italia.
Le tasse si sopportano. Le provocazioni, no. L'affermazione dei leader dei principali partiti secondo cui un taglio ai finanziamenti sarebbe «un errore drammatico» è più di un'indelicatezza. È la prova di un'ignoranza degli umori del Paese, già colpito dalla cleptocrazia imperante, dalla Lombardia alla Puglia. È populista ricordare che le famiglie sono angosciate dalle spese che aumentano e dal lavoro che non c'è? E non sopportano più le litanie di una classe politica che non vuole rinunciare a niente?
L'affermazione televisiva dell'onorevole Rosy Bindi - «A una macchina in corsa puoi chiedere di rallentare, non di fermarsi. E se non arriva almeno una tranche dei rimborsi previsti, si rischia di non arrivare alla campagna elettorale» - è stupefacente. Gli italiani sono (forse) disposti a tollerare l'intollerabile, e cioè
che il «finanziamento ai partiti», cancellato da un referendum nel 1993, sia rientrato dalla finestra come «rimborso elettorale». Ma non accettano che questi rimborsi siano quattro volte le spese sostenute; né che tra queste spese ci siano hotel di lusso, voli privati e inutili fondazioni. Non sopportano, in altre parole, d'essere presi in giro.
È populista ricordare al presidente del Consiglio che avrebbe dovuto accorgersi per tempo, senza l'intervento della Guardia di finanza, che due milioni e mezzo di euro - un giovane impiegato li guadagna in duecento anni - stavano andando come «contributo pubblico» alla testata giornalistica di un latitante (fino all'altro ieri)?
Mario Monti è un uomo serio, pratico e intellettualmente onesto. Ha svolto certamente un buon lavoro, da quando è a Palazzo Chigi: gli viene riconosciuto dai sondaggi italiani, dai partner europei, dai leader in America e in Asia. Ma deve capire che i segnali pubblici sono importanti quanto i colloqui privati. Abbiamo bisogno di un leader accorto e sensibile, non di un capo che preferisce l'auspicio all'incoraggiamento. Alternative, per adesso, non ce ne sono. Alle elezioni manca ancora un anno. Il presidente del Consiglio continui il suo lavoro, i partiti rinsaviscano. Non sembrano capirlo né meritarlo ultimamente: ma abbiamo bisogno di loro.

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